giovedì 22 maggio 2014


CAMMINIAMO SULLA STRADA
CHE HAN PERCORSO I SANTI TUOI..

SANTA RITA DA CASCIA


Era le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n'è uno in particolare che riguarda santa Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.

Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.


Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.

Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.

La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.

Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.

Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante. 

E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio. 

Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.

Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.

Frequentava anche la chiesa di s. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.

Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fa' di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
Santa Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Secondo la tradizione, l'ingresso avvenne per un fatto miracoloso: si narra che una notte, Rita, come al solito, si era recata a pregare sullo "Scoglio" e che qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori sopra citati, i quali la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero; era l'anno 1407. Quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita avvenne un altro prodigio: essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente la quale, nel congedarsi, le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena; Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall'orto; la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile. Ma Rita insistè. Tornata a Roccaporena, la parente si recò nell'orticello e, in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata. Stupita, la colse e la portò da Rita a Cascia la quale, ringraziando, la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì: sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di santa Rita a Cascia. 
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di santa Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di santa Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra

mercoledì 21 maggio 2014

''L'APERTURA A DIO E IL RIFIUTO DEL MALE'’

incontro riflessione con la comunità terapeutica di Gemini

Un incontro insolito quello che ieri sera si è tenuto nella nostra parrocchia.
Insolito non per gli ospiti che vi hanno partecipato, perché i ragazzi della comunità terapeutica ‘’S. Francesco’’ di Gemini (LE) sono ‘’ di casa’’ qui da noi; da anni, infatti, si svolgono incontri-dibattiti con le loro testimonianze sulle tossicodipendenze (droga e alcool), sia in parrocchia che presso l’istituto comprensivo del paese.
Don Mimmo Ozza, fondatore della comunità, si occupa di loro da quasi trent’anni e li accompagna nel recupero secondo un percorso terapeutico ormai ben consolidato, nel quale anche la nostra parrocchia viene a volte coinvolta, con campi estivi o incontri periodici nel corso dell’anno.
Quest’anno, il tema dell’incontro è stato, dicevo, molto particolare, perché ‘’la dipendenza’’ non era da ‘’qualcosa’’ ma da ‘’qualcuno’’; un ‘’qualcuno’’ il cui  nome è già tutto un programma; la cui presenza viene spesso negata o poco riconosciuta, si preferisce pensare che noi del ventunesimo secolo siamo esenti dai suoi influssi, come se avessimo un’immunità particolare, speciale, che ci rende ‘’intoccabili’’ e rende ‘’innocuo’’ il suo intervento su di noi.
Sto parlando di ‘’qualcuno’’ che non si manifesta fisicamente, ma spiritualmente, che opera dentro di noi in maniera coatta, ma con tecniche molto chiare e precise, raffinate anche; si tratta del demonio, il nemico di Dio, l’unico nemico di Dio, presente fin dalla Creazione ed operante in ogni istante della Storia umana, istigando al male, alla violenza, a comportamenti che portano al rifiuto di Dio e del Bene e all’accoglienza di tutto ciò che è contro la Volontà e gli insegnamenti di Dio.
Molti ritengono ‘’superato e ridicolo’’ parlare di questi argomenti oggi, come se la sua presenza sia qualcosa legata solo a  determinate epoche storiche e a determinati luoghi.
Eppure tutti sono concordi nel dire che ‘’oggi il male dilaga’’.
Il male non viene da sé, ma è insidiato da una ‘’presenza’’ che preferisce farsi credere ‘’assente’’ per poter agire più in profondità e in maniera indisturbata.
Credere o non credere nella presenza e nell’azione del diavolo non è un fatto soggettivo, ma oggettivo, sono i fatti quotidiani che ce lo confermano in mille modi: dovremmo solo imparare a leggere correttamente i segni del tempo, come ci dice Gesù; ma, molte volte, a noi fa comodo non leggerli o far finta di leggerli e se pure li leggiamo preferiamo non prenderli in seria considerazione.
Non facciamo certo un bene a noi stessi, ma al demonio, la cui prima e più subdola tentazione è proprio quella di far credere che non esista, di convincere che la sua presenza sia un argomento superato e anacronistico.
Ma sappiamo, certo che lo sappiamo, che non è così.
Le messe nere e le sette sataniche non sono un’invenzione per spaventare i bambini; il male e la violenza al quale assistiamo ogni giorno non sono favole metropolitane; le superstizioni, i malocchi, le fatture, la cartomanzia e quant’altro ruota intorno a questo mondo cosiddetto ‘’dell’occulto’’ non provengono certo dagli insegnamenti della Chiesa, anche se molte volte, purtroppo, questi riti vengono realizzati con gesti e preghiere apparentemente ‘’normali’’, cioè si mascherano intenti malefici sotto azioni tipiche dell’ambiente cristiano e questo, ovviamente, trae in inganno, perché si è portati a credere che sia giusto e accettabile un simile rituale che conduce o induce al male o al dominio dell’altro per scopi soggettivi e certamente non provenienti dall’amore per l’altro.
Certo è un argomento molto complesso e delicato, contestato da tanti, praticato da molti, nei piccoli come nei grandi centri, nel passato come nel presente, eppure questo è un argomento che viaggia in parallelo con gli insegnamenti della Chiesa Cattolica, con la stessa intensità e la stessa incidenza, in negativo ovviamente, sull’agire umano.
Credere o non credere, dunque?
A chi dobbiamo porgere l’orecchio? Di chi possiamo fidarci? A chi possiamo dare la nostra fiducia ed essere sicuri che la sua risposta sia quella giusta?
In primis, c’è  lo stesso nostro Creatore che ne ha avuto esperienza in quello che viene definito ‘’peccato originale’’ con la tentazione di Adamo ed Eva.
Gesù, poi, ha vissuto in prima persona il rapporto con Satana, sia subendo le sue tentazioni nel deserto che liberando numerose persone dalla sua presenza; gli apostoli ne hanno fatto esperienza e poi, lungo il corso delle Storia, tanti santi, da Sant’Antonio Abate nel deserto a Padre Pio nel suo piccolo convento, hanno sperimentato sulla loro vita il suo attacco spietato.
Sono conosciute e riconosciute da tutti le lotte di Padre Pio contro il demonio, un santo dei nostri tempi, un santo di cui ben conosciamo  ‘’la statura spirituale’’.
La Storia tutta è disseminata di esperienze simili, più o meno conosciute, più o meno intense, non c’è stata un’epoca in cui il demonio non abbia fatto sentire la sua presenza nella vita dell’uomo di fede e di quello non credente. La Storia stessa, ha riconosciuto, per esempio la relazione di Hitler con le sette sataniche e sappiamo quale ne sia stata la conseguenza.
Ma se proprio tutto questo non dovesse bastare, c’è una voce piuttosto autorevole in materia che può darci conferma e sicurezza su questo argomento: è la voce di papa Benedetto XVI, prima, e di papa Francesco, dopo.
Riporto, qui di seguito, l’omelia di papa Francesco tenuta nella Casa di S. Marta l’11 aprile scorso; un’omelia certamente non criptata, ma rintracciabile su tutti i siti cattolici o anche su You tube; quella che qui riporto è stata presa dal sito dell’Osservatore Romano.
In quest’omelia, il papa parla chiaramente, non usa mezzi termini, non nasconde verità… come sempre, naturalmente… il suo parlare semplice, limpido e sincero lo riconosciamo ormai tutti… ed anche su questo argomento non manca d’essere diretto ed andare dritto al cuore del problema…

… vi lascio in sua compagnia, dunque; ognuno, poi, come sempre, ne tragga le conclusioni, assicurandosi, però, di essere libero/a da condizionamenti, influenze, ideologie, convinzioni, superstizioni o cose simili che possono impedire la corretta lettura e comprensione di quanto il papa ci dice e  da cosa, o meglio da chi, paternamente, ci mette in guardia! 






                          Messa a Santa Marta

                          Il diavolo sicuramente


«Il diavolo c’è anche nel ventunesimo secolo e noi dobbiamo imparare dal Vangelo come lottare» contro di lui per non cadere in trappola. Ma per farlo non bisogna essere «ingenui». E perciò si devono conoscere le sue strategie per le tentazioni che hanno sempre «tre caratteristiche»: cominciano piano, poi crescono per contagio e alla fine trovano il modo per giustificarsi.
Papa Francesco ha messo in guardia dal ritenere che parlare del diavolo oggi sia roba «da antichi» e proprio su questo ha incentrato la sua meditazione nella messa celebrata venerdì 11 aprile nella cappella della Casa Santa Marta.
Il Pontefice ha parlato espressamente di «lotta». Del resto, ha spiegato, anche «la vita di Gesù è stata una lotta: lui è venuto per vincere il male, per vincere il principe di questo mondo, per vincere il demonio». Gesù ha lottato con il demonio che lo ha tentato tante volte e «ha sentito nella sua vita le tentazioni e anche le persecuzioni». Così «anche noi cristiani che vogliamo seguire Gesù, e che per mezzo del battesimo siamo proprio nella strada di Gesù, dobbiamo conoscere bene questa verità: anche noi siamo tentati, anche noi siamo oggetto dell’attacco del demonio». Questo avviene «perché lo spirito del male non vuole la nostra santità, non vuole la testimonianza cristiana, non vuole che noi siamo discepoli di Gesù».
Ma, si è chiesto il Papa, «come fa lo spirito del male per allontanarci dalla strada di Gesù con la sua tentazione?». La risposta a questo interrogativo è decisiva. «La tentazione del demonio — ha spiegato il Pontefice — ha tre caratteristiche e noi dobbiamo conoscerle per non cadere nelle trappole». Anzitutto «la tentazione incomincia lievemente ma cresce, sempre cresce». Poi «contagia un altro»: si «trasmette a un altro, cerca di essere comunitaria». E «alla fine, per tranquillizzare l’anima, si giustifica». Dunque le caratteristiche della tentazione si esprimono in tre parole: «cresce, contagia e si giustifica».
Lo si evince anche dalla «prima tentazione di Gesù» nel deserto, che «sembra quasi una seduzione. Il diavolo va lentamente» e dice a Gesù: «Ma perché non fai questo? Buttati dal tempio e risparmi trent’anni di vita, in un giorno tutti ti diranno: ecco il Messia!». È la stessa cosa «che ha fatto con Adamo ed Eva». Il diavolo dice loro: «Assaggiatela questa mela, è buona, darà saggezza!». Il diavolo segue la tattica della «seduzione»: parla «quasi come se fosse un maestro spirituale, come se fosse un consigliere».
Ma se «la tentazione viene respinta», poi «cresce e torna più forte». Gesù, ha spiegato il Papa, lo dice nel Vangelo di Luca e avverte che «quando il demonio è respinto, gira e cerca alcuni compagni e con questa banda torna». Ed ecco che «la tentazione è più forte, cresce. Ma cresce anche coinvolgendo altri». È proprio quello che è successo con Gesù, come racconta il passo evangelico di Giovanni (10, 31-42) proposto dalla liturgia. «Il demonio — ha affermato il Pontefice — coinvolge questi nemici di Gesù che, a questo punto, parlano con lui con le pietre nelle mani», pronti a ucciderlo. E qui «si vede chiarissima la forza di questa crescita» per contagio della tentazione. Così «quello che sembrava un filo d’acqua, un piccolo filo d’acqua tranquillo, diviene una marea, un fiume forte che ti porta avanti». Perché, appunto, la tentazione «cresce sempre e contagia».
La terza caratteristica della tentazione del demonio è che «alla fine si giustifica». Papa Francesco, in proposito, ha ricordato la reazione del popolo quando Gesù è tornato «per la prima volta a casa a Nazareth» e è si recato nella sinagoga. Prima tutti sono rimasti colpiti dalle sue parole, poi ecco subito la tentazione: «Ma costui non è il figlio di Giuseppe il falegname, e di Maria? Con quale autorità parla se non è mai andato all’università e non ha mai studiato?». Dunque hanno cercato di giustificare il loro proposito di «ucciderlo in quel momento, buttarlo già dal monte».
Anche nel brano di Giovanni gli interlocutori di Gesù vogliono ucciderlo, tanto che «hanno le pietre nelle mani e discutono con lui». Così «la tentazione ha coinvolto tutti contro Gesù»; e tutti «si giustificano» per questo. Per Papa Francesco «il punto più alto, più forte della giustificazione è quello del sacerdote» che dice: «Ma finiamola, voi non capite niente! Non sapete che è meglio che un uomo muoia per il popolo? Deve morire per salvare il popolo!». E tutti gli altri gli danno ragione: è «la giustificazione totale».
Anche noi, ha avvertito il Pontefice, «quando siamo tentati, andiamo su questa stessa strada. Abbiamo una tentazione che cresce e contagia un altro». Basta pensare alle chiacchiere: se abbiamo «un po’ di invidia per quella persona o per l’altra», non la teniamo dentro ma finiamo per condividerla, parlandone male in giro. È così che la chiacchiera «cerca di crescere e contagia un altro e un altro ancora...». Proprio «questo è il meccanismo delle chiacchiere e tutti noi siamo stati tentati di fare chiacchiere» ha riconosciuto il Papa, confidando: «Anche io sono stato tentato di chiacchierare! È una tentazione quotidiana», che «comincia così, soavemente, come il filo d’acqua».
Ecco perché, ha affermato ancora il Pontefice, si deve stare «attenti quando nel nostro cuore sentiamo qualcosa che finirà per distruggere le persone, distruggere la fama, distruggere la nostra vita, portandoci alla mondanità, al peccato». Si deve stare «attenti — ha aggiunto — perché se non fermiamo a tempo quel filo d’acqua, quando cresce e contagia sarà un marea tale che porterà a giustificarci del male»; proprio «come si sono giustificate queste persone» presentate nel Vangelo, che sono arrivate a dire di Gesù: «È meglio che muoia un uomo per il popolo».
«Tutti siamo tentati — ha affermato il Pontefice — perché la legge della nostra vita spirituale, della nostra vita cristiana, è una lotta». E lo è in conseguenza del fatto che «il principe di questo mondo non vuole la nostra santità, non vuole che noi seguiamo Cristo».
Certo, ha concluso il Papa, «qualcuno di voi — forse, non so — può dire: ma padre, che antico è lei, parlare del diavolo nel secolo ventunesimo!» Ma, ha ribadito «guardate che il diavolo c’è! Il diavolo c’è anche nel secolo ventunesimo. E non dobbiamo essere ingenui. Dobbiamo imparare dal Vangelo come fare la lotta contro di lui»
                                                          ( dall' Osservatore Romano dell'11 - 04 - 2014)


domenica 18 maggio 2014

AGENDA  PARROCCHIALE 
SETTIMANALE


18 MAGGIO 2014
ORE 17,00 CATECHESI A.C. ADULTI
ORE 18,00 S. Messa
ORE 18,30 novena S. Mauro Abate
ORE 19,00 presentazione statua lignea 
di san Francesco di Paola
dopo il restauro

20 MAGGIO 2014
 GIORNATA EUCARISTICA
ORE 9,00 S. Messa
Esposizione del SS. Sacramento
ORE 18,00 adorazione comunitaria 
ORE 19,00 - novena S. Mauro Abate

21 MAGGIO 2014
ORE 17,15 S. Messa
ORE 17,50 - novena S. Mauro Abate
ORE 18,00 incontro riflessione con la comunità terapeutica di Gemini
''L'APERTURA A DIO E RIFIUTO DEL MALE''

ORE 21,00 CONCERTO POLIFONICO
OMAGGIO A S. GIOVANNI XXIII E S. GIOVANNI PAOLO II
a cura dei giovani dell'anno propedeutico di Basilicata

22 MAGGIO 2014
ORE 17,30  S. MESSA CON BENEDIZIONE
DEGLI ANZIANI E DEGLI AMMALATI
al termine novena S. Mauro Abate

23 MAGGIO 2014
ORE 17,15 S. MESSA SOLENNE IN ONORE DI 
SAN MAURO ABATE, PATRONO DEL PAESE,
SEGUITA DALLA PROCESSIONE

24 MAGGIO 2014
ORE 18,00 S. Messa
ORE 18,30 INCONTRO GIOVANI


25 MAGGIO 2014
ORE 11,00 S. Messa
ORE 17,00 CATECHESI A.C. ADULTI
ORE 18,00 S. Messa

sabato 17 maggio 2014

MARIA... REGINA DEL POPOLO

E’ certamente singolare il dono di Maria di conquistare i cuori di piccoli e grandi, di gente colta e di gente  analfabeta, di uomini e donne di ogni epoca e di ogni estrazione sociale; ai suoi numerosissimi titoli bisognerebbe aggiungerne un altro: Maria, Regina del popolo!
Di certo è la più amata dai popoli di ogni tempo; i cuori di tante popolazioni le appartengono per quella devozione popolare che nasce da un cuore umile che, nella sua miseria ed ignoranza anche dei concetti minimi della fede, cerca un Rifugio, uno Scoglio sicuro, una Mano materna che lo sollevi dal fango quotidiano.
Maria ha il dono grande di attirare a sé i cuori più induriti, quelli dei più impenitenti, quelli dei più lontani ed ostinati… li attira a sé e li dona a Gesù, impegno quotidiano della sua missione materna, quella cioè di ricondurre le anime a Colui che le ha redente con il Suo Sangue.
Non si contano i Santuari e le Chiese dedicate a Maria, ognuna di loro ha una storia legata alla Presenza della Madre Misericordiosa, ad un suo intervento miracoloso, ad una sua interazione con questo mondo, spesso a Lei ostile, ma che Lei non ha mai abbandonato a se stesso, ha invece curato le sue ferite, si è chinata su di loro con materno affetto, ha teso la Sua Mano ad ogni richiesta di aiuto, non ha mai condannato nessuno, ma tutti ha sempre perdonato, anche chi ignobilmente aveva bestemmiato il suo santo Nome.
Proprio per questo, il popolo non ha mai trascurato di cantare le grandezze di Maria, di implorare le sue benedizioni, il suo soccorso, il suo Amore di Madre, di Madre del Signore e Madre del Popolo di Dio.
Mentre ci avviamo verso il termine di questo mese a Lei dedicato, vogliamo con Lei scoprire alcune pagine di ‘’storia religiosa popolare’’, ripercorrere cioè con Maria il nostro Bel Paese seguendo le sue tracce, da nord a sud, da est ad ovest; sulle orme della Madre dei popoli, vogliamo scoprire l’amore del popolo per la Sua Madre alla quale ha dedicato stornelli e canti provenienti direttamente dal cuore, canti popolari che nella loro semplicità e monotonia ritmica raccontano gli interventi della Madre del Cielo e la incoronano Madre della Terra, Madre dei figli del Figlio, Madre ‘’ad honorem’’, nelle cui Mani ogni popolo ha consegnato le chiavi del proprio cuore, quelle della propria parrocchia, quelle della Chiesa che da sempre solca il mare tempestoso dell’eresia e dell’incredulità.
Prima di cominciare questo nostro cammino, che ci vedrà all’estremo sud, al Santuario di Tindari, a Patti, in Sicilia, a Maria affidiamo il nostro cuore…

Maggio, mese dei fiori, mese delle rose,
mese di Maria, il più bel Fiore dell'Umanità.
Maria, silenziosa Compagna dei giorni nostri,
Guida sicura della Barca di Pietro,
Madre che abbraccia chi le ha ucciso il Figlio,
Madre del dolore, Sposa dell'Amore;
Madre del Cristo sofferente,
sostegno del Cristo morente,
Gioia del Cristo risorto.

Madre della Misericordia
e Figlia misericordiosa,
campione di pietà è il Suo Cuore,
esempio di umiltà il Suo Amore.

Madre dalla porta sempre aperta
Madre sempre desta e sempre all'erta;
Madre e Maestra di preghiera,
Madre, Vergine, Figlia e Sposa,
Sorella, Maestra ed Infermiera
sempre curva sulle ferite del mondo,
sempre pronta ad asciugare le lacrime
più amare e più solitarie.

O premurosa Crocerossina,
o dolcissimo Fiore profumato di santità,
o Vergine Maria
a te affidiamo questa fragile Umanità:
Tu che sei sempre al nostro fianco
Tu perdona quest’uomo stanco,
quest’uomo smarrito e disorientato,
riportalo sulle vie del Cuore,
che dal Male non sia annientato;
tienilo stretto a Te,
presentalo al Tuo Gesù;
guida, o Maria, i nostri passi,
sciogli i massi che ostruiscono il nostro cuore
siici Maestra, Tu, Madre del conforto…
Tu che sei Regina della Pace,
Trono del Perdono
e Sede Immacolata dell’ Amore!







LA MADONNA DI TINDARI

Circa l'origine del culto alla Madonna del Tindari, rimontando esso a tempi molto remoti, non si trovano notizie storiche ben definite e criticamente accertate. Esiste però una pia tradizione che non contenendo, almeno sotto l'aspetto 
dell'ortodossia, alcunché d'inverosimile e di contraddittorio, possiamo accettare senz'altro, tanto più che si presenta su sfondo storico.
L'origine della devozione alla Madonna Bruna sembra infatti risalire al periodo della persecuzione iconoclasta.
Secondo la tradizione, una nave di ritorno dall'Oriente, tra le altre cose, portava nascosta nella stiva un'Immagine della Madonna perché fosse sottratta alla persecuzione iconoclasta. Mentre la nave solcava le acque del Tirreno, improvvisamente si levò una tempesta e perciò essa fu costretta ad interrompere il viaggio ed a rifugiarsi nella baia del Tindari, oggi Marinello.
Quando si calmò la tempesta, i marinai decisero di riprendere il viaggio: levarono l'ancora, inalberarono le vele, cominciarono a remare, ma non riuscirono a spostare la nave. Tentarono, ritentarono, ma essa restava ferma lì, come se fosse incagliata nel porto.
Essi allora pensarono di alleggerire il carico, ma , solo quando, tra le altre cose, scaricarono la cassa contenente il venerato Simulacro della Vergine, la nave poté muoversi e riprendere la rotta sulle onde placide del mare rabbonito.
Sono sconosciuti i luoghi di provenienza e di destinazione dell'Immagine sacra.
Partita la nave che aveva lasciato il carico, i marinai della baia di Tindari si diedero subito da fare per tirare in secco la cassa galleggiante sulla distesa del mare. Fu aperta la cassa e, con grande stupore e soddisfazione di tutti, in essa fu trovata la preziosa Immagine della Vergine. 
Sorse il problema ove collocare quell'Immagine. Si decise di trasportare il Simulacro della Vergine nel luogo più alto, il più bello, al Tindari, dove già da tempo esisteva una fiorente comunità cristiana. 
La tradizione che fa arrivare la statua della Madonna a Tindari all'epoca degli iconoclasti, probabilmente verso la fine del secolo VIII o nei primi decenni del secolo IX, trova motivo di credibilità nel fatto che Tindari fu sotto la dominazione dei Bizantini per circa tre secoli (535-836); che la Sicilia si oppose con energia all'eresia degli iconoclasti; che a Tindari, essendo stata sede di diocesi per circa cinque secoli, fosse fiorente la professione della fede cristiana, e quindi facile l'accoglienza della sacra immagine.
Detta ipotesi, oltre che nel contesto storico, trova ancora una qualche consistenza in un'ininterrotta tradizione pressoché unanime. 
Il colle del Tindari, così suggestivo, santificato dalla presenza della Madonna, divenne così il sacro, mistico colle di Maria.
S'ignora l'autore dell'Immagine, né è possibile definire l'epoca in cui fu scolpita. Considerando lo stile e tenendo conto che la Madonna tiene tra le braccia il divin Bambino, si potrebbe concludere che essa rimonti ad un'epoca posteriore al Concilio di Efeso in cui fu definita la divina maternità di Maria; quindi probabilmente la statua è stata scolpita in Oriente tra il quinto e il sesto secolo.
La Madonna è rappresentata seduta, mentre regge in grembo il Figlio divino, che tiene la destra sollevata, benedicente. Ella inoltre porta in capo una corona di tipo orientale, una specie di turbante, ricavato nello stesso legno, decorato con leggeri arabeschi dorati.
Migliaia e migliaia di fedeli sono passati dinanzi alla Vergine pietosa, che per tutti ha avuto un sorriso ed una grazia.

                                                                        
A te, o Maria, Madonna del Tindari, affido questa Chiesa, che ti riconosce e ti invoca come Madre. Tu, che ci precedi nella peregrinazione della fede, conforta questo popolo, a te devoto, nelle difficoltà e nelle prove, affinché possa divenire per questa società un segno della costante presenza di Cristo nel mondo.
A te, Madre degli uomini, affido la Chiesa di Patti, con i suoi generosi impegni, le sue cristiane aspirazioni, i suoi timori, le sue speranze. Non lasciarle mancare la luce della vera sapienza. Guidala nella ricerca della libertà, della giustizia per tutti, della santità. Fa’ che le nuove generazioni di questa meravigliosa isola incontrino Cristo, via, verità e vita. Sostieni, o Vergine Maria, il cammino della fede di questo tuo popolo ed ottieni per tutti la grazia della salvezza eterna.
O clemente, o pia, o dolce Madre di Dio e Madre nostra, Maria.

   
Preghiera recitata da SS. Giovanni Paolo Il dinanzi al venerato simulacro della Madonna del Tindari, in occasione del suo pellegrinaggio al Santuario, mattina del 12 giugno 1988.
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RICHIESTA DI INDULGENZA PLENARIA PERPETUA

PENITENZIERIA APOSTOLICA 
Prot. N. 206/09/I 
BEATISSIMO PADRE, 
D. Antonino Gregorio Tenente, Rettore del Santuario sotto il titolo della Madonna 
del Tindari, situato nel territorio della Diocesi di Patti, con la piena approvazione 
dell’Ecc. Vescovo, appoggiando volentieri l’istanza l’Em.mo Cardinale Arciprete della 
Basilica Papale di S. Maria Maggiore, rivolge umili suppliche alla Santità Vostra, perché 
conceda benigno il dono dell’Indulgenza plenaria a tutti i fedeli che si recano con 
devozione nel suddetto Santuario mariano. 
 I cristiani che sono soliti accedere al già ricordato Tempio, venerano con speciali 
sentimenti di fede la B. V. Maria Madre di Dio, e giustamente riconoscono, da una parte, 
che questa sincera devozione, per sua stessa natura, conduce ad un miglioramento della 
condotta di vita e ad un alacre impegno di progredire nelle virtù, specialmente della 
Fede, Speranza e Carità verso Dio e il prossimo, e dall’altra parte sanno che il dono 
dell’Indulgenza, in quanto richiede la completa esclusione del legame a qualunque 
peccato, porta come conseguenza una sempre più bella fioritura della fede nell’anima. 
Affinché i fedeli conseguano realmente questi beni desiderati, spetterà allo zelo di coloro 
a cui è affidato il Santuario di mettere a disposizione un numero abbondante di 
confessori. 
 Il legame spirituale, sigillato per mezzo della preghiera e delle opere di carità, con il 
Principale Tempio Mariano [di S. Maria Maggiore in Roma], sul cui modello vengono 
stabiliti i giorni arricchiti dell’Indulgenza, ha lo scopo di rafforzare la comunione e il 
vincolo filiale e gerarchico con la Santità Vostra e altresì il senso dell’unità cattolica, dal 
momento che i fedeli in ogni parte della Chiesa hanno caro questo stesso vincolo. E Dio, ecc. 
                                                                                                             
                                                                                                               3 Aprile 2009 
La Penitenzieria Apostolica, in virtù delle facoltà speciali concesse dal Sommo 
Pontefice, accoglie molto volentieri le suddette richieste e concede l’Indulgenza Plenaria, 
alle solite condizioni (Confessione sacramentale, Comunione eucaristica e preghiera 
secondo le intenzioni del Sommo Pontefice), che i fedeli veramente pentiti potranno 
lucrare nel Santuario di Maria SS. del Tindari, partecipando devotamente a una sacra 
celebrazione, o almeno recitando il Padre Nostro e il Credo: 
a) nel giorno della festa titolare della Basilica di S. Maria Maggiore (5 agosto); 
b) nel giorno della festa titolare del Santuario di Tindari; 
c) nelle solennità liturgiche della Beata Vergine Maria; 
d) una volta l’anno, in un giorno scelto liberamente dal singolo fedele; 
e) tutte le volte che si compiono pellegrinaggi comunitari al Santuario per devozione alla Madonna. 
Il presente decreto è valido in perpetuo. Nonostante qualunque cosa in contrario. 
                                                                Giovanni Francesco GIROTTI, O.F.M. Conv. 
                                                                  Vescovo titolare di Meta, Reggente 
                                                                   Giovanni Maria Gervais 
                                                                  Aiutante di Studio

La Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, 
Primo tempio dedicato alla Santissima Madre di Dio, 
gloria e lode del Concilio di Efeso, risplende nei secoli per la 
devozione del Popolo di Dio e soprattutto dei Romani Pontefici, 
che ne hanno incrementato l’importanza con numerosi benefici spirituali. 
Lo speciale legame, chiamato VINCOLO SPIRITUALE DI 
AFFINITA’, porta a rinnovare con la Basilica Papale Liberiana 
l’antico rapporto spirituale, in forza del quale prende valore la 
richiesta presentata alla Penitenzieria Apostolica di concedere, in 
determinate circostanze, le seguenti indulgenze plenarie, fra 
quelle di cui gode la stessa Basilica di Santa Maria Maggiore: 
1. Nel giorno della festa titolare della Basilica Liberiana, cioè il 5 agosto; 
2. Nel giorno della festa titolare del Santuario [di Tindari]; 
3. In tutte le solennità della Beata Vergine Maria Madre di Dio; 
4. Una volta l’anno, in un giorno scelto liberamente dal singolo fedele; 
5. Tutte le volte che si compiono pellegrinaggi comunitari al 
Santuario per devozione alla Madonna. 
Queste indulgenze sono concesse volentieri, alle solite condizioni, 
 alla Chiesa: SANTUARIO 
 Dedicata: MARIA SS. DEL TINDARI 
 Sita in: TINDARI 
 Diocesi: PATTI 

La suddetta Chiesa è iscritta nei registri della Basilica insieme al 
rescritto della Penitenzieria Apostolica con cui, secondo le norme, 
sono state concesse le Indulgenze. 
Si rilascia il presente attestato perché i fedeli e i pellegrini 
prendano conoscenza di quanto sopra per l’incremento e il 
rafforzamento della loro fede. 
Dato a Roma, il giorno 3, mese di aprile, dell’anno 2009 
 S. R. E. il Cardinale Bernard Francis Law 
 Arciprete della Basilica Papale Liberiana 
Il Delegato del Capitolo 
R. D. Ciro Bovenzi 

IL PAPA GRANDE

Dio ha bisogno di uomini forgiati dalla misericordia


Dio ci ha preparato una festa.
Una festa per il più grande regalo concesso a noi cntemporanei. La canonizzazione di Wojtyla è il vertice di una storia di misericordia. Nel momento più duro e difficile per la Chiesa dei nostri giorni è arrivato un uomo che ha conquistato il mondo alla causa di Cristo. Fra le tante meraviglie, un’osservazione: nel 2000 Giovanni Paolo II ha istituito la festa della Divina Misericordia, è morto il sabato sera che la precede, è stato canonizzato in quello stesso giorno. Come non vedere un disegno della Provvidenza?
Anche Papa Francesco ci parla continuamente della misericordia di Dio.
È l’ora di imparare a rivolgersi alla Sua misericordia con tutto il cuore...

Davanti ai pericoli,
davanti alle mie fragilità,
davanti alle aggressioni contro la tua Chiesa,
 Signore, Tu m’inviti ad affidarmi a Te
che sei la misericordia.
Devo imparare che assomigliarTi
significa essere misericordioso,
è ora che io impari ad amare.
Solo così m’identifico con Te
 e la nostra comunione è vera.
Perdonare, saper voler bene:
è questo il cammino della felicità
e della vita eterna.
 «Non abbiate paura!»,
ci dice Karol,
di «spalancare le porte» del nostro cuore.
Sembra sempre che i Tuoi amici siano minoranza,
perseguitati e sbeffeggiati,
ma Tu ci inviti a lavorare,
 pregare, sorridere e perdonare.
Alla fine il Cuore di Gesù
e il Cuore di Maria,
immagine della tua misericordia,
prevarranno.
E grazie Signore per i Tuoi continui regali,             (un omaggio canoro a Giovanni Paolo II)
 per averci dato Papa Roncalli e Papa Wojtyla.

(Pippo Corigliano)