giovedì 29 ottobre 2015

      UN RACCONTO PER L'ESTATE  
   LETTERA ENCICLICA
      DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SULLA CURA DELLA CASA COMUNE
LAUDATO SI'

68. Questa responsabilità di fronte ad una terra che è di Dio, implica che l’essere umano, dotato di intelligenza, rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mondo, perché « al suo comando sono stati creati. Li ha resi stabili nei secoli per sempre; ha fissato un decreto che non passerà » (Sal 148,5b-6). Ne consegue il fatto che la legislazione biblica si soffermi a proporre all’essere umano diverse norme, non solo in relazione agli altri esseri umani, ma anche in relazione agli altri esseri viventi: « Se vedi l’asino di tuo fratello o il suo bue caduto lungo la strada, non fingerai di non averli scorti [...]. Quando, cammin facendo, troverai sopra un albero o per terra un nido d’uccelli con uccellini o uova e la madre che sta covando gli uccellini o le uova, non prenderai la madre che è con i figli» (Dt 22,4.6). In questa linea, il riposo del settimo giorno non è proposto solo per l’essere umano, ma anche « perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino » (Es 23,12). Così ci rendiamo conto che la Bibbia non dà adito ad un antropocentrismo dispotico che non si interessi delle altre creature.
69. Mentre possiamo fare un uso responsabile delle cose, siamo chiamati a riconoscere che gli altri esseri viventi hanno un valore proprio di fronte a Dio e « con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono gloria », 41 perché il Signore gioisce nelle sue opere (cfr Sal 104,31). Proprio per la sua dignità unica e per essere dotato di intelligenza, l’essere umano è chiamato a rispettare il creato con le sue leggi interne, poiché «il Signore ha fondato la terra con sapienza » (Pr 3,19). Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento. Così i Vescovi della Germania hanno spiegato che per le altre creature «si potrebbe parlare della priorità dell’essere rispetto all’essere utili». 
Il Catechismo pone in discussione in modo molto diretto e insistito quello che sarebbe un antropocentrismo deviato: «Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione [...] Le varie creature, volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l’uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura, per evitare un uso disordinato delle cose ».
70. Nel racconto di Caino e Abele, vediamo che la gelosia ha spinto Caino a compiere l’estrema ingiustizia contro suo fratello. Ciò a sua volta ha causato una rottura della relazione tra Caino e Dio e tra Caino e la terra, dalla quale fu esiliato. Questo passaggio è sintetizzato nel drammatico colloquio tra Dio e Caino. Dio chiede: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Caino dice di non saperlo e Dio insiste: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto, lontano da [questo] suolo» (Gen 4,9-11). Trascurare l’impegno di coltivare e mantenere una relazione corretta con il prossimo, verso il quale ho il dovere della cura e della custodia, distrugge la mia relazione interiore con me stesso, con gli altri, con Dio e con la terra. Quando tutte queste relazioni sono trascurate, quando la giustizia non abita più sulla terra, la Bibbia ci dice che tutta la vita è in pericolo. Questo è ciò che ci insegna il racconto di Noè, quando Dio minaccia di spazzare via l’umanità per la sua persistente incapacità di vivere all’altezza delle esigenze della giustizia e della pace: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza » (Gen 6,13). In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri.
71. Anche se «la malvagità degli uomini era grande sulla terra » (Gen 6,5) e Dio «si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra » (Gen 6,6), tuttavia, attraverso Noè, che si conservava ancora integro e giusto, Dio ha deciso di aprire una via di salvezza. In tal modo ha dato all’umanità la possibilità di un nuovo inizio. Basta un uomo buono perché ci sia speranza! La tradizione biblica stabilisce chiaramente che questa riabilitazione comporta la riscoperta e il rispetto dei ritmi inscritti nella natura dalla mano del Creatore. Ciò si vede, per esempio, nella legge dello Shabbat. Il settimo giorno, Dio si riposò da tutte le sue opere. Dio ordinò a Israele che ogni settimo giorno doveva essere celebrato come giorno di riposo, uno Shabbat (cfr Gen 2,2-3; Es 16,23; 20,10). D’altra parte, fu stabilito anche un anno sabbatico per Israele e la sua terra, ogni sette anni (cfr Lv 25,1-4), durante il quale si concedeva un completo riposo alla terra, non si seminava e si raccoglieva soltanto l’indispensabile per sopravvivere e offrire ospitalità (cfr Lv 25,4-6). Infine, trascorse sette settimane di anni, cioè quarantanove anni, si celebrava il giubileo, anno del perdono universale e della «liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti» (Lv 25,10). Lo sviluppo di questa legislazione ha cercato di assicurare l’equilibrio e l’equità nelle relazioni dell’essere umano con gli altri e con la terra dove viveva e lavorava. Ma, allo stesso tempo, era un riconoscimento del fatto che il dono della terra con i suoi frutti appartiene a tutto il popolo. Quelli che coltivavano e custodivano il territorio dovevano condividerne i frutti, in particolare con i poveri, le vedove, gli orfani e gli stranieri: «Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero» (Lv 19,9-10). 
72. I Salmi invitano con frequenza l’essere umano a lodare Dio creatore, Colui che «ha disteso la terra sulle acque, perché il suo amore è per sempre » (Sal 136,6). Ma invitano anche le altre creature alla lode: «Lodatelo, sole e luna, lodatelo, voi tutte, fulgide stelle. Lodatelo, cieli dei cieli, voi, acque al di sopra dei cieli. Lodino il nome del Signore, perché al suo comando sono stati creati» (Sal 148,3-5). Esistiamo non solo per la potenza di Dio, ma davanti a Lui e con Lui. Perciò noi lo adoriamo. 
73. Gli scritti dei profeti invitano a ritrovare la forza nei momenti difficili contemplando il Dio potente che ha creato l’universo. La potenza infinita di Dio non ci porta a sfuggire alla sua tenerezza paterna, perché in Lui affetto e forza si coniugano. In realtà, ogni sana spiritualità implica allo stesso tempo accogliere l’amore divino e adorare con fiducia il Signore per la sua infinita potenza. Nella Bibbia, il Dio che libera e salva è lo stesso che ha creato l’universo, e questi due modi di agire divini sono intimamente e indissolubilmente legati: «Ah, Signore Dio, con la tua grande potenza e la tua forza hai fatto il cielo e la terra; nulla ti è impossibile [...]. Tu hai fatto uscire dall’Egitto il tuo popolo Israele con segni e con miracoli» (Ger 32,17.21). «Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato» (Is 40,28b-29). 
74. L’esperienza della schiavitù in Babilonia generò una crisi spirituale che ha portato ad un approfondimento della fede in Dio, esplicitando la sua onnipotenza creatrice, per esortare il popolo a ritrovare la speranza in mezzo alla sua infelice situazione. Secoli dopo, in un altro momento di prova e di persecuzione, quando l’Impero Romano cercò di imporre un dominio assoluto, i fedeli tornarono a trovare conforto e speranza aumentando la loro fiducia in Dio onnipotente, e cantavano: «Grandi e mirabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente; giuste e vere le tue vie!» (Ap 15,3). Se Dio ha potuto creare l’universo dal nulla, può anche intervenire in questo mondo e vincere ogni forma di male. Dunque, l’ingiustizia non è invincibile.
75. Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre potenze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo migliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi.

domenica 25 ottobre 2015




MARIA REGINA DELLA PACE

MEDJUGORJE
"Cari figli! La mia preghiera anche oggi è per tutti voi, soprattutto per tutti coloro che sono diventati duri di cuore alla mia chiamata. Vivete in giorni di grazia e non siete coscienti dei doni che Dio vi da attraverso la mia presenza.Figlioli, decidetevi anche oggi per la santità e prendete l'esempio dei santi di questi  tempi e vedrete che la santità è realtà per tutti voi.  Figlioli, gioite nell'amore perché agli occhi di Dio siete irripetibili e insostituibili perché siete la gioia di Dio in questo mondo. 
Testimoniate la pace, la preghiera e l'amore. 
Grazie per aver risposto alla mia chiamata”

venerdì 23 ottobre 2015

LAUDATO SI'

      UN RACCONTO PER L'ESTATE  
   LETTERA ENCICLICA
    DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SULLA CURA DELLA CASA COMUNE




















CAPITOLO SECONDO 

IL  VANGELO DELLA CREAZIONE 

62. Perché inserire in questo documento, rivolto a tutte le persone di buona volontà, un capitolo riferito alle convinzioni di fede?
Sono consapevole che, nel campo della politica e del pensiero, alcuni rifiutano con forza l’idea di un Creatore, o la ritengono irrilevante, al punto da relegare all’ambito dell’irrazionale la ricchezza che le religioni possono offrire per un’ecologia integrale e per il pieno sviluppo del genere umano.
Altre volte si suppone che esse costituiscano una sottocultura che dev’essere semplicemente tollerata. Tuttavia, la scienza e la religione, che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe.

I. La luce che la fede offre
 63. Se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molteplici cause, dovremmo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. È necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità. Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio. Inoltre la Chiesa Cattolica è aperta al dialogo con il pensiero filosofico, e ciò le permette di produrre varie sintesi tra fede e ragione.
Per quanto riguarda le questioni sociali, questo lo si può constatare nello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, chiamata ad arricchirsi sempre di più a partire dalle nuove sfide.

64. D’altra parte, anche se questa Enciclica si apre a un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione, voglio mostrare fin dall’inizio come le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili. Se il solo fatto di essere umani muove le persone a prendersi cura dell’ambiente del quale sono parte, «i cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede ». Pertanto, è un bene per l’umanità e per il mondo che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni.

II. La sapienza dei racconti biblici
 65. Senza riproporre qui l’intera teologia della Creazione, ci chiediamo che cosa ci dicono i grandi racconti biblici sul rapporto dell’essere umano con il mondo. Nel primo racconto dell’opera creatrice nel libro della Genesi, il piano di Dio include la creazione dell’umanità. Dopo la creazione dell’uomo e della donna, si dice che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona » (Gen 1,31).
La Bibbia insegna che ogni essere umano è creato per amore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26). Questa affermazione ci mostra l’immensa dignità di ogni persona umana, che «non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone ».
 San Giovanni Paolo II ha ricordato come l’amore del tutto speciale che il Creatore ha per ogni essere umano « gli conferisce una dignità infinita ».
 Coloro che s’impegnano nella difesa della dignità delle persone possono trovare nella fede cristiana le ragioni più profonde per tale impegno. Che meravigliosa certezza è sapere che la vita di ogni persona non si perde in un disperante caos, in un mondo governato dalla pura casualità o da cicli che si ripetono senza senso!
Il Creatore può dire a ciascuno di noi: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto» (Ger 1,5). Siamo stati concepiti nel cuore di Dio e quindi « ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario».

 66. I racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15). Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (cfr Gen 3,17-19). Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’Assisi viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura. San Bonaventura disse che attraverso la riconciliazione universale con tutte le creature in qualche modo Francesco era riportato allo stato di innocenza originaria. Lungi da quel modello, oggi il peccato si manifesta con tutta la sua forza di distruzione nelle guerre, nelle diverse forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più fragili, negli attacchi contro la natura.
Risultati immagini per immagini creazione del mondo
67. Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data. Ciò consente di rispondere a un’accusa lanciata contro il pensiero ebraico-cristiano: è stato detto che, a partire dal racconto della Genesi che invita a soggiogare la terra (cfr Gen 1,28), verrebbe favorito lo sfruttamento selvaggio della natura presentando un’immagine dell’essere umano come dominatore e distruttore.
Questa non è una corretta interpretazione della Bibbia come la intende la Chiesa. Anche se è vero che qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. È importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a « coltivare e custodire » il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre « coltivare » significa arare o lavorare un terreno, « custodire » vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva, «del Signore è la terra » (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene » (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23).

lunedì 19 ottobre 2015

Toro Bravo e Nube Azzurra 

vogliono sposarsi, ma...

IL GUFO CONSIGLIA


Pensieri del Gufo

Su una vecchia quercia stava un vecchio Gufo
Più sapeva e più taceva
  Più taceva e più sapeva...


Racconta una leggenda sioux che, una volta, Toro Bravo e Nube Azzurra
giunsero tenendosi per mano alla tenda del vecchio stregone della tribù e gli chiesero:
«
Noi ci amiamo e ci vogliamo sposare.
Ma ci amiamo tanto che vogliamo un consiglio che ci garantisca di restare per sempre uniti,
che ci assicuri di restare l'uno accanto all'altra fino alla morte. Che cosa possiamo fare?».

 E il vecchio, emozionato vedendoli così giovani e così innamorati, così ansiosi di una parola bella, disse: 
«Fate ciò che dev'essere fatto. Tu, Nube Azzurra, devi scalare il monte al nord del villaggio. Solo con una rete, devi prendere il falco più forte e portarlo qui vivo,
il terzo giorno dopo la luna nuova.
E tu, Toro Bravo, devi scalare la montagna del tuono; in cima troverai  la più forte di tutte le aquile. Solo con una rete prenderla e portarla a me, viva!».

I giovani si abbracciarono teneramente e poi partirono per compiere la missione.
Il giorno stabilito, davanti alla stregone, i due attendevano con i loro uccelli.
 Il vecchio li tolse dal sacco e costatò che erano veramente begli esemplari degli animali richiesti.
 «E adesso, che dobbiamo fare?», chiesero i giovani».
Prendete gli uccelli e legateli fra loro per una zampa con questi lacci di cuoio.
Quando saranno legati, lasciateli andare perché volino liberi».

Fecero quanto era stato ordinato e liberarono gli uccelli.
 L'aquila e il falco tentarono di volare,
ma riuscirono solo a fare piccoli balzi sul terreno.
Dopo  un po', irritati per l'impossibilità di volare,
gli uccelli cominciarono ad aggredirsi l'un altro beccandosi fino a ferirsi.

Allora, il vecchio disse: 
«Non dimenticate mai quello che state vedendo.
Il mio consiglio è questo: voi siete come l'aquila e il falco.
 Se vi terrete legati l'uno all'altro, fosse pure per amore,
non solo vivrete facendovi del male,
ma, prima o poi, comincerete a ferirvi a vicenda.
Se volete che l'amore fra voi duri a lungo, volate assieme,
ma non legati con l'impossibilità di essere voi stessi»

Se realmente ami qualcuno, lascialo volare con le sue proprie ali...

      UN RACCONTO PER L'ESTATE  
   LETTERA ENCICLICA
    DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SULLA CURA DELLA CASA COMUNE

LAUDATO SI'















VII. Diversità di opinioni 

60. Infine, riconosciamo che si sono sviluppate diverse visioni e linee di pensiero in merito alla situazione e alle possibili soluzioni. Da un estremo, alcuni sostengono ad ogni costo il mito del progresso e affermano che i problemi ecologici si risolveranno semplicemente con nuove applicazioni tecniche, senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo. Dall’altro estremo, altri ritengono che la specie umana, con qualunque suo intervento, può essere solo una minaccia e compromettere l’ecosistema mondiale, per cui conviene ridurre la sua presenza sul pianeta e impedirle ogni tipo di intervento. Fra questi estremi, la riflessione dovrebbe identificare possibili scenari futuri, perché non c’è un’unica via di soluzione. Questo lascerebbe spazio a una varietà di apporti che potrebbero entrare in dialogo in vista di risposte integrali.
61. Su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione. Basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune. La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi. Tuttavia, sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie, dato che i problemi del mondo non si possono analizzare né spiegare in modo isolato. Ci sono regioni che sono già particolarmente a rischio e, aldilà di qualunque previsione catastrofica, è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano: « Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina ».

venerdì 16 ottobre 2015

LAUDATO SI'

      UN RACCONTO PER L'ESTATE  
   LETTERA ENCICLICA
    DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SULLA CURA DELLA CASA COMUNE
















VI. La debolezza delle reazioni 
53. Queste situazioni provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia.
54. Degna di nota è la debolezza della reazione politica internazionale. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti. In questa linea il Documento di Aparecida chiede che «negli interventi sulle risorse naturali non prevalgano gli interessi di gruppi economici che distruggono irrazionalmente le fonti di vita ».
 L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati. Così ci si potrebbe aspettare solamente alcuni proclami superficiali, azioni filantropiche isolate, e anche sforzi per mostrare sensibilità verso l’ambiente, mentre in realtà qualunque tentativo delle organizzazioni sociali di modificare le cose sarà visto come un disturbo provocato da sognatori romantici o come un ostacolo da eludere.
55. A poco a poco alcuni Paesi possono mostrare progressi importanti, lo sviluppo di controlli più efficienti e una lotta più sincera contro la corruzione. È cresciuta la sensibilità ecologica delle popolazioni, anche se non basta per modificare le abitudini nocive di consumo, che non sembrano recedere, bensì estendersi e svilupparsi. È quello che succede, per fare solo un semplice esempio, con il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria: i mercati, cercando un profitto immediato, stimolano ancora di più la domanda. Se qualcuno osservasse dall’esterno la società planetaria, si stupirebbe di fronte a un simile comportamento che a volte sembra suicida.
56. Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi « qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta ».
È prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a quelle biologiche. Infatti «nonostante che accordi internazionali proibiscano la guerra chimica, batteriologica e biologica, sta di fatto che nei laboratori continua la ricerca per lo sviluppo di nuove armi offensive, capaci di alterare gli equilibri naturali».
Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?
58. In alcuni Paesi ci sono esempi positivi di risultati nel migliorare l’ambiente, come il risanamento di alcuni fiumi che sono stati inquinati per tanti decenni, il recupero di boschi autoctoni, o l’abbellimento di paesaggi con opere di risanamento ambientale, o progetti edilizi di grande valore estetico, progressi nella produzione di energia non inquinante, nel miglioramento dei trasporti pubblici. Queste azioni non risolvono i problemi globali, ma confermano che l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente. Essendo stato creato per amare, in mezzo ai suoi limiti germogliano inevitabilmente gesti di generosità, solidarietà e cura.
59. Nello stesso tempo, cresce un’ecologia superficiale o apparente che consolida un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità. Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo. Se guardiamo in modo superficiale, al di là di alcuni segni visibili di inquinamento e di degrado, sembra che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali. Questo comportamento evasivo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. È il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, rimandando le decisioni importanti, facendo come se nulla fosse.

lunedì 12 ottobre 2015

Sono trascorsi venti secoli e oggi egli è la figura centrale nella storia dell'umanità.



Una vita solitaria

(Bruno Ferrero, La vita è tutto ciò che abbiamo)
Figlio di una ragazza madre, era nato in un oscuro villaggio. 
Crebbe in un altro villaggio, dove lavorò come falegname fino a trent'anni. 
Poi, per tre anni, girò la sua terra predicando.
Non scrisse mai un libro.
Non ottenne mai una carica pubblica.
Non ebbe mai né una famiglia né una casa.
Non frequentò l'università.
Non si allontanò più di trecento chilometri da dov'era nato.
Non fece nessuna di quelle cose che di solito si associano al successo.
Non aveva altre credenziali che se stesso.
Aveva solo trentatré anni quando l'opinione pubblica gli si rivoltò contro. I suoi amici fuggirono. 
Fu venduto ai suoi nemici e subì un processo che era una farsa. Fu inchiodato a una croce, 
in mezzo a due ladri.
Mentre stava morendo, i suoi carnefici si giocavano a dadi le sue vesti, 
che erano l'unica proprietà che avesse in terra.
Quando morì venne deposto in un sepolcro messo a disposizione da un amico mosso a pietà.
Due giorni dopo, quel sepolcro era vuoto.
Sono trascorsi venti secoli e oggi egli è la figura centrale nella storia dell'umanità.
Neppure gli eserciti che hanno marciato, le flotte che sono salpate, i parlamenti che si sono riuniti,
 i re che hanno regnato, i pensatori e gli scienziati messi tutti assieme, 
hanno cambiato la vita dell'uomo sulla terra quanto quest'unica vita solitaria.
Al tempo della propaganda antireligiosa, in Russia, un commissario del popolo aveva presentato brillantemente le ragioni del successo definitivo della scienza. Si celebrava il primo viaggio spaziale.
 Era il momento di gloria del primo cosmonauta, Gagarin. Ritornato sulla terra, aveva affermato che aveva avuto un bel cercare in cielo: Dio proprio non l'aveva visto. Il commissario tirò la conclusione proclamando la sconfitta definitiva della religione. Il salone era gremito di gente. 
La riunione era ormai alla fine.
"Ci sono delle domande?".

Dal fondo della sala un vecchietto che aveva seguito il discorso con molta attenzione disse sommessamente: "Christòs ànesti", "Cristo è risorto". Il suo vicino ripeté, un po'più forte: "Christòs ànesti". Un altro si alzò e lo gridò; poi un altro e un altro ancora. Infine tutti si alzarono gridando: "Christòs ànesti", "Cristo è risorto".
Il commissario si ritirò confuso e sconfitto.
Al di là di tutte le dottrine e di tutte le discussioni, c'è un fatto.
 Per la sua descrizione basterà sempre un francobollo: "Christòs ànesti". Tutto il cristianesimo vi è condensato. 
Un fatto: non si può niente contro di esso.
I filosofi possono disinteressarsi del fatto. Ma non esistono altre parole capaci di 
dar slancio all'umanità: "Gesù è risorto".


(da sceltadivita.blogspot.it)

domenica 11 ottobre 2015

LAUDATO SI'
      UN RACCONTO PER L'ESTATE  
   LETTERA ENCICLICA
    DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SULLA CURA DELLA CASA COMUNE












V. Inequità planetaria 

48. L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera ». Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata, e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non hanno dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta anche nella morte prematura di molti poveri, nei conflitti generati dalla mancanza di risorse e in tanti altri problemi che non trovano spazio sufficiente nelle agende del mondo.

 49. Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro, a volte favorita dalla frammentazione delle nostre città, aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.

 50. Invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, alcuni si limitano a proporre una riduzione della natalità. Non mancano pressioni internazionali sui Paesi in via di sviluppo che condizionano gli aiuti economici a determinate politiche di “salute riproduttiva”. Però, «se è vero che l’ineguale distribuzione della popolazione e delle risorse disponibili crea ostacoli allo sviluppo e ad un uso sostenibile dell’ambiente, va riconosciuto che la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale ».
Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. Si pretende così di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e «il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero».
Ad ogni modo, è certo che bisogna prestare attenzione allo squilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, sia a livello nazionale sia a livello globale, perché l’aumento del consumo porterebbe a situazioni regionali complesse, per le combinazioni di problemi legati all’inquinamento ambientale, ai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, alla perdita di risorse, alla qualità della vita.

51. L’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi. Le esportazioni di alcune materie prime per soddisfare i mercati nel Nord industrializzato hanno prodotto danni locali, come l’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro o da diossido di zolfo in quelle di rame. In modo particolare c’è da calcolare l’uso dello spazio ambientale di tutto il pianeta per depositare rifiuti gassosi che sono andati accumulandosi durante due secoli e hanno generato una situazione che ora colpisce tutti i Paesi del mondo. Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni. A questo si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i Paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’attività inquinante di imprese che fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale: «Constatiamo che spesso le imprese che operano così sono multinazionali, che fanno qui quello che non è loro permesso nei Paesi sviluppati o del cosiddetto primo mondo. Generalmente, quando cessano le loro attività e si ritirano, lasciano grandi danni umani e ambientali, come la disoccupazione, villaggi senza vita, esaurimento di alcune riserve naturali, deforestazione, impoverimento dell’agricoltura e dell’allevamento locale, crateri, colline devastate, fiumi inquinati e qualche opera sociale che non si può più sostenere ».

52. Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco inquinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso. È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile. Le regioni e i Paesi più poveri hanno meno possibilità di adottare nuovi modelli di riduzione dell’impatto ambientale, perché non hanno la preparazione per sviluppare i processi necessari e non possono coprirne i costi. Perciò, bisogna conservare chiara la coscienza che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità diversificate e, come hanno detto i Vescovi degli Stati Uniti, è opportuno puntare «specialmente sulle necessità dei poveri, deboli e vulnerabili, in un dibattito spesso dominato dagli interessi più potenti».Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza.

martedì 6 ottobre 2015




MARIA REGINA DELLA PACE

MEDJUGORJE
Messaggio a Mirjana del 2 Ottobre 2015

“Cari figli,
sono qui in mezzo a voi per incoraggiarvi, riempirvi del mio amore e invitarvi
nuovamente ad essere testimoni dell’amore di mio Figlio. Molti miei figli non hanno
speranza, non hanno pace, non hanno amore. Essi cercano mio Figlio, ma non sanno
come e dove trovarlo. Mio Figlio apre loro le braccia, ma voi aiutateli a giungere tra
le sue braccia. Figli miei, per questo dovete pregare per l’amore.
Dovete pregare moltissimo per avere quanto più amore possibile, perché l’amore
vince la morte e fa sì che la vita continui. Apostoli del mio amore, figli miei: unitevi
in preghiera con cuore vero e semplice, per quanto lontani siate gli uni dagli altri.
Incoraggiatevi gli uni gli altri nella crescita spirituale, come vi sto incoraggiando io.
Veglio su di voi e sono con voi ogni volta che pensate a me. Pregate anche per i
vostri pastori, per coloro che hanno rinunciato a tutto per mio Figlio e per voi.
Amateli e pregate per loro. Il Padre Celeste ascolta le vostre preghiere. Vi ringrazio”.


MARIA REGINA DELLA PACE

MEDJUGORJE

Messaggio del 25 Settembre 2015

"Cari figli!
Anche oggi prego lo Spirito Santo che riempia i vostri cuori con una forte fede.
La preghiera e la fede riempiranno il vostro cuore con l'amore e con la gioia e voi
sarete segno per coloro che sono lontani da Dio. Figlioli, esortatevi gli uni gli altri
alla preghiera del cuore perché la preghiera possa riempire la vostra vita e voi,
figlioli, ogni giorno sarete soprattutto i testimoni del servizio: a Dio nell'adorazione
ed al prossimo nel bisogno.
Io sono con voi ed intercedo per tutti voi.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

venerdì 25 settembre 2015


Di fronte al dolore del mondo…

Perché il male? Perché il dolore innocente? Perché questa assurda impotenza di fronte all’ingiusto dolore?
Dimmi, quante volte hai rivolto al cielo queste domande? 
E quante il volte il cielo ti ha risposto?
Quante volte il suo silenzio ti ha convinto?   
Dimmi, compagno di strada in questo mondo, quante volte hai chiesto alla natura di darti le ragioni dei forti venti che risucchiano in pochi istanti persone, esseri viventi e cose? Quante volte le hai chiesto perché il mare e la terra sembrano tradire l’uomo che dovrebbe dominarli?
non vedere E ora dimmi, perché continui a pretendere 
da Dio e dal cosmo risposte sensate e convincenti e a te stesso e alla tua coscienza non osi fare neppure una sola domanda?
Perché non chiedi alla tua mano perché ha ucciso?
Perché non chiedi ai tuoi occhi perché non hanno voluto vedere?
Perché continui a non chiedere alle tue orecchie perché non vogliono sentire e alla tua bocca parlare?
Dimmi, fratello, perché, oggi, non domani… perché, oggi, non chiedi al tuo cuore e alla tua coscienza di imparare ad amare, a prendersi cura del mondo e dell’altro, a proteggere il povero e l’ultimo, a perdonare e costruire la civiltà della misericordia? 
Dimmi uomo, perché vuoi dominare le leggi di una natura che non è nata da te, perché vuoi insegnare a Dio come si governa il mondo e poi tu, io, noi, stiamo trasformando il mondo e ogni sua creatura in uno sterminato campo minato? In un territorio nemico da depredare?
crocifisso cvChe… la passione del Giusto innocente, condannato a morte, possa davvero insegnarmi qualcosa… possa accompagnarmi nel cuore di questa storia, ferita dalla violenza umana e tradita dalle mille forme di odio e vendetta, per amarla, per accarezzarne le lacrime, per impedire all’odio di fornire le risposte migliori. 
Di fronte a quel crocifisso non chiederò: “Dio, dove sei?”, ma mi alzerò e proverò a impedire che quella croce sia ancora possibile… per altri. E se non ci riuscirò, mi avvicinerò ai crocifissi condannati e morenti e starò lì, con loro, anche nella morte.
Così la Pasqua potrà profumare di risurrezione, anche per me, anche oggi, anche per questa nostra porzione di storia!
suor Mariangela     (da www.cantalavita.it )

sabato 19 settembre 2015



‘’L’ORA SANTA’’ DEL CATECHISMO

Alla fine di ogni anno catechistico, presi dallo scoraggiamento, spesso succede che buona parte dei catechisti dicano tra sé: ‘’Questa è l’ultima volta che faccio il catechismo, non è possibile andare avanti così. Basta, ci rinuncio!’’.
Questa rinuncia interiore, (che per fortuna poche volte si concretizza nella realtà) nasce dal fatto che l’ora del catechismo, molto spesso, si trasforma in un’ora di combattimento corpo a corpo, al punto che non si vede l’ora che finisca, si cerca di andare avanti guardando l’orologio e dicendo a se stessi: resisti, mancano solo 45 minuti… mancano solo trenta minuti… dai adesso sono solo 15 minuti… ecco è quasi fatta…  anche per questa volta è andata!
Ecco, c’è un affanno e un’ansia che sicuramente non fanno bene né ai bambini né al catechista.
Ai bambini, perché se il clima è sereno il messaggio arriva nel  modo giusto e con buon profitto, in caso contrario ogni cosa è frammentario, con scarsa consapevolezza , tutt’al più resta a livello di conoscenza, ma non scende giù nel cuore e se questo non accade… vuol dire che qualcosa non è andata bene; Gesù non è un personaggio storico da analizzare, la sua vita non consiste in un insieme di imprese da memorizzare, ma è una Persona - viva - da incontrare, da conoscere per contatto diretto, intimo, personale, confidenziale.
Questo rapporto stretto e personale con Gesù lo si costruisce giorno per giorno e passa per i vari momenti di partecipazione alla vita della Chiesa, non meno per il catechismo che aiuta a salire quei gradini (mediante la preparazione ai Sacramenti dell’iniziazione cristiana), che portano all’incontro con Gesù.
È un rapporto di amicizia, un rapporto filiale, un rapporto che richiede la reciproca disponibilità e conoscenza: non si può amare chi non si conosce.
Questa conoscenza, che passa per il cuore prima ancora che per la mente, richiede tempi e modi adeguati, se il clima non è quello giusto… la piantina rischia o di non nascere proprio o di seccare subito dopo essere nata  o, se dovesse nascere,  e non è ben supportata dalla fede avrà vita dura in un terreno non fertile e non sufficientemente irrigato.
In un clima di confusione e di continua distrazione… la Parola di Gesù fatica a farsi sentire e a farsi accogliere per come è giusto che sia.

Quanto ai catechisti, naturalmente anche loro vivono  male la loro  esperienza di testimoni e di evangelizzatori, due compiti che non sono certo una passeggiata, non è come bere un sorso di acqua fresca; sono compiti che impegnano sul piano personale, su quello sociale nonché su quello prettamente spirituale.
I catechisti sono testimoni prima ancora che evangelizzatori¸ ma si può anche dire che lo sono contemporaneamente, in quanto testimoniano il Vangelo con la loro vita, con il loro mettersi a disposizione di una Persona che li chiama personalmente e singolarmente, che li sceglie per un servizio tanto delicato quanto complicato.
Un servizio fondamentale perché è l’inizio del cammino cristiano, i primi passi verso l’abbraccio eterno di Dio; un cammino che non sempre è facile avviare, né facile da accompagnare, né tanto meno facile da condurre a termine.
A quanto pare… niente è facile nella Vigna del Signore!
Nessuno ha vita facile nella Vigna del Signore.
Certo, non sarà facile, ma ciò non toglie che si può essere felici!
Essere testimoni, dicevo, significa mostrare con la vita, anche in assenza di parole, la veridicità e l’importanza di ciò che si va a dire.
Significa prima di tutto parlare con i fatti, poi anche con le parole per trasmettere quell’esperienza fondamentale che ha cambiato la propria vita; solo in virtù di questa consapevolezza e di questa esperienza straordinaria, si diventa catechisti, cioè coloro che, riconosciuta l’importanza di quanto è successo nella propria vita, non possono trattenersi dal farlo conoscere  agli altri e raccontargliela come un sogno realizzato che resta tutt’ora un sogno troppo bello per essere vero… eppure lo è!
È vero… davvero!
Essere evangelizzatori significa istruire altri: sulla pedagogia di Dio, sulla sua Presenza viva e reale fra noi, sul suo Amore  misericordioso e infinito per noi… significa scoprire  e far comprendere il senso profondo della vita e della morte, del dolore anche; significa dare loro l’opportunità di crescere nella vita sociale, nei rapporti interpersonali, nella vita spirituale;
significa offrire strumenti per la salvezza, per proteggersi dal maligno, ma anche per proteggersi dalle insidie del mondo, dalle truffe, dagli inganni spirituali che ci fanno deviare dalla retta vita, che ci illudono sul senso della vita, che ci mettono, purtroppo troppo spesso e troppo facilmente, contro Dio.
 Se la nostra fede non è salda  sulla Roccia, se il nostro cammino non è solido, se restano delle incertezze, delle falle, dei vuoti non colmati, dei dubbi, dei chiarimenti non avuti, se ciò che si è ricevuto non è supportato da una testimonianza autentica di vita cristiana, se fra il dire e il fare non c’è corrispondenza, se il nostro credere è fatto solo di parole e non di esperienze che danno senso e concretezza a quelle parole… allora qualcosa non va e si rischia di mettere in pericolo anche coloro che si vanno a formare e ad evangelizzare.
In pericolo come cristiani. E in pericolo come creature.
In pericolo perché se le nostre parole non si incarnano nella realtà, cadranno nel vuoto, non costruiranno niente di buono né di solido con il rischio che chiunque può proporci presunte verità e spacciarle per vere e distorcere, in questo modo, la Verità Assoluta, portarci lontano  da quella Verità che per il cristiano ha un Nome preciso: Gesù!
Volendo sintetizzare chi è Gesù si potrebbe dire che: è una Mano tesa verso le tante mani che chiedono aiuto.
La nostra fede è fatta dunque dell’incontro di due Mani:  una Mano desiderosa di salvare e un’ altra mano desiderosa di salvarsi.
Ecco, il ruolo del catechista sta proprio in questo: favorire l’incontro di queste due mani, allineare le loro traiettorie, metterle sulle stesse coordinate, accorciare le distanze fra le due mani, fra la nostra  e quella del Signore… un compito arduo che non sempre viene raggiunto, perché è difficile afferrare  mani che non vogliono afferrare la tua, che non sono disponibili o interessati a farlo, mani che sono piene di altre cose, di altri pensieri, di altre proposte.
Ecco la causa dello scoraggiamento: si tende la mano… ma nessuno desidera afferrarla!
Ed allora  si finisce con il pensare che non serve a niente tendere la mano, perché tanto  - si pensa - se  a nessuno interessa afferrarla  è una perdita di tempo, un impegno che non vale la pena portare avanti, sacrificando magari altre cose, come la famiglia, i rapporti interpersonali, i propri interessi…
È questa la difficoltà vera, ciò che più scoraggia i catechisti (almeno la maggior parte di essi, infatti è un coro comune quello che si alza dalle pagine di riviste cattoliche e siti religiosi): la consapevolezza dell’enorme responsabilità che ci si porta dentro e l’impossibilità, quasi, di vivere serenamente e nel modo giusto quell’ora ‘’santa’’.
L’ora di catechismo non è infatti un’ora qualunque, è ‘’un’ora santa’’, un’ora in cui ci si dispone ad incontrare Dio, la Sua Parola, la Sua Verità, i suoi insegnamenti, è un incontro ravvicinato di terzo grado, è un momento di comunione con Dio, di vicinanza con Lui e di condivisione della propria vita con Lui; quasi un mettersi cuore a cuore e sentire l’uno il palpito dell’atro; che si stia in chiesa o in un’aula non importa, il Signore è dovunque, ci vede e ci ascolta dovunque noi siamo, per cui anche in mezzo ad un campo, nell’ora di catechismo, Dio è con noi!
Quell’ora è un’ora santa, perché ci prepara alla santità.
E se si tende alla santità vuol dire che c’è una Grazia operante.
E la Grazia va accolta, interiorizzata, trasformata in vita da vivere, in un rapporto tanto intimo quanto personale e complesso.
Questo rapporto così speciale fa dell’ora di catechismo un’ora speciale, un’ora santa appunto, perché ci dà i mezzi, l’opportunità di essere santi, ci avvia, ci guida, ci istruisce sulle vie della santità.
È un’opportunità imperdibile e incredibile!
Purtroppo, come dicevo all’inizio, più che un’ora santa, l’ora del catechismo può essere definita  ‘‘un’ora devastata’’, mortificata, caotica, inconcludente, direi spesso… fallimentare!
Lo scoraggiamento che spesso prende i catechisti nasce propria da questa discordanza tra la percezione e la consapevolezza di ciò che è veramente l’ora del catechismo e ciò che in realtà diventa: la distanza è tanta, troppa!
Questo  scoraggia, delude, fa fuggire,  mette in crisi.
Fortemente in crisi.
E non è questione di metodi, non è questione di sussidi o di proposte di cammino… no, non è questo il punto!
Il punto sta a monte non a valle, la causa vera è un’altra e sta da un’altra parte: è la svalorizzazione del Nome di Dio da parte di una società scristianizzata.
Lo svuotamento, da parte della società, del Nome di Dio.
La nostra è una fede fatta di un’amicizia tanto intima quanto personale, più intima a noi della nostra stessa intimità… noi,  invece, siamo stati capaci di  trasformarla in qualcosa di irreale, di inutile, in qualcosa dal valore  inflazionato; quel rapporto da Persona a persona, da Padre a figlio, da Creatore a creatura… di cui è impregnato il Cristianesimo è stato ridotto ad un rapporto unilaterale, dove l’uomo si erge al di sopra di tutto e crede di non aver più bisogno di niente e di nessuno.
Bastano pochi minuti di conversazione con chiunque, giovane o meno giovane che sia, uomo o donna che sia che, immediatamente, parte la bestemmia, l’offesa, la maledizione o quell’intercalare continuo dei nomi di Dio, dei santi o della Madonna che rende quella conversazione quasi blasfema.
I bambini ascoltano, osservano, imparano… ed imparano che il Nome di Dio  vale molto meno del nome di un calciatore che – guai  a offenderlo -  o a nominarlo in maniera irriverente, nel parlare di lui il sorriso si allarga e la mente esulta per l’impresa eccezionale di saper calciare un pallone dentro una rete.
Il Nome di Dio lo si usa, invece, quando ci si arrabbia, quando non ci piace come vanno le cose, quando siamo delusi, ma non per invocarlo e chiedergli aiuto e soccorso, semplicemente per scaricare su di Lui la nostra rabbia, per gridargli il nostro disappunto, per prendercela con Lui per il latte versato.
Per il semplice latte versato!
Molto spesso, la bestemmia non ha nemmeno una causa precisa… parte e basta… senza motivo, anche in assenza di rabbia, di motivi concreti, di situazioni di vero disagio… si bestemmia per abitudine, si bestemmia in maniera meccanica, automatica… tant’è la durezza del cuore da non sapersi più nemmeno ascoltare e da non riuscire più nemmeno a decidere quel che si dice…si apre la bocca e il Nome di Dio è il capro espiatorio di ogni cosa… fosse anche di una banalissima battuta!
È terribile!
I nostri bambini vivono queste situazioni familiari e sociali, assorbono questo linguaggio, lo fanno proprio, lo interiorizzano e se ne convincono.
Ovviamente, quello della bestemmia è solo uno dei tanti comportamenti perversi del nostro essere cristiani…  bisognerebbe parlare di quello che si crede e si pensa dell’andare a messa, del partecipare all’adorazione quotidiana, del rispettare il digiuno anche solo nei giorni comandati, del fare un ‘’fioretto’’ da offrire per una richiesta di aiuto; non parliamo delle tante prese in giro nei confronti dei ragazzi  o delle ragazze che decidono di frequentare la vita della chiesa più da vicino o di far parte di un gruppo o di un’associazione… l’ elenco è tanto lungo quanto doloroso!
Difficile diventa, a questo punto, scardinare il Nome di Dio da questo stato di cose e ridargli il giusto valore, il giusto spazio, il giusto ruolo!
Difficile perché ciò che viene fatto o almeno che si cerca di fare al catechismo viene annullato dal ritorno a casa, e se non è nella propria casa… lo è sicuramente nell’ambiente sociale in cui si è immersi.
Molti bambini conoscono il Nome di Dio solo per averlo sentito nelle bestemmie!
E non c’è bisogno di commentare altro…
Parlare poi loro di Chiesa, di Sacramenti, di preghiera… è come parlare una lingua sconosciuta ma soprattutto una lingua che non appartiene alla loro realtà quotidiana: magari il discorso di un extraterrestre lo capirebbero, mentre quello dei segni e dei simboli della Chiesa è letteralmente incomprensibile per loro.
Sto esagerando?
Vi faccio qualche esempio…
Molti bambini credono che l’Ostia che si riceve nel fare la Comunione sia una ‘’patatina’’.
Altri pensano che Gesù sia un Uomo ricco perché alla nascita ha ricevuto oro, argento e mirra…  anzi… birra e non mirra, per cui è anche un ubriacone!
Qualcuno è arrivato anche a dire … di aver paura del prete perché è un VAMPIRO!
Alla domanda di chiarimento di questa convinzione, il bambino risponde: perché beve il Sangue di Cristo! Io non voglio farlo mai, perché non voglio diventare un vampiro come lui!
E non sono certo convinzioni di bambini di tre anni, ma di bambini che hanno già fatto esperienza di catechismo.
Non c’è bisogno di aggiungere altro… voglio invece riportare un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto…  sul nostro essere cristiani.
Qualche tempo fa, mi è capitato si seguire una trasmissione su TV2000, dove fanno spesso programmi di natura religiosa, si trattava di un documentario che metteva a confronto una lezione di catechismo cristiano con  una di insegnamento coranico.
Le scene si alternavano per poter meglio cogliere somiglianze e differenze; una cosa in particolare mi ha colpito: nell’ora di catechismo cristiano i bambini saltavano di qua e di là, la catechista si rivolgeva ora a questo ora a quel bambino, sperando di trovarne qualcuno attento ed interessato a quanto diceva; erano quasi tutti indaffarati nell’esplorazione dell’aula o nel discutere dei fatti propri; qualche parola di tanto in tanto riuscivano a coglierla, rispondevano anche tra un saltare e l’altro, tra un correre e acchiapparsi e una banale litigata. Intanto la catechista cercava di semplificare il più possibile l’argomento proposto, con un linguaggio semplice e in modo narrativo, come il raccontare una storiella, una favola quasi per renderla accessibile e comprensibile a tutti.
Verrebbe da dire: certo, sono bambini, che cosa gli si può chiedere? Occorre prendere quello che è possibile, senza aspettarsi niente, lasciandoli liberi di maturare piano piano!
Sono le nostre giustificazioni occidentali!!! Ma… lasciamo stare…
Nella controparte, le cose, invece, andavano molto diversamente: i bambini avevano la stessa età di quelli della scuola cristiana, più o meno 6 -7 anni; nell’entrare salutavano il loro catechista e poi,  con molta delicatezza e riverenza,  si sedevano per terra incrociando le gambe e, nel più completo silenzio, con gli sguardi rivolti all’educatore ascoltavano con attenzione quanto  diceva loro.
E che cosa diceva?
 Diceva che nella loro religione non si poteva pronunciare il nome di Dio senza rispetto e senza anteporre a quel nome una serie di aggettivi che ne definivano il valore e la grandezza; al nome di Allah, dovevano anteporre: l’altissimo, il divinissimo, il santissimo… Allah.
Guai a pronunciare quel nome senza quelle serie di attributi, perché diventava un’offesa al loro dio e una mancanza di rispetto per la sua  sovrannaturalità, per il suo essere al di sopra di tutto e di tutti.
I bambini restavano quasi incantati da tanta sublimità, i loro occhi erano stupiti e i loro sguardi sbalorditi per l’immensità di quel dio che veniva loro presentato.
Ora, è vero che parliamo di due culture molto diverse, di due ‘’divinità’’ molto diverse: Allah è un dio altissimo ma lontanissimo, al di sopra del mondo, intangibile, quasi innominabile, irraggiungibile, lontano dalla vita terrena e dalle sue preoccupazioni, un dio che siede in alto nei cieli, che guarda il mondo dall’alto al basso, con distanza, con distacco.
Un dio che ha detto a suo tempo tutto ciò che aveva da dire, che resta in silenzio oggi ed  assiste alle vicende umane restando immobile ed imperturbabile dall’alto dei cieli.
Il nostro Dio, invece, ha annullato ogni distanza con la sua incarnazione, ha reso intimo ogni rapporto con il suo morire sulla Croce per salvare noi, ha reso grande ogni credente con il suo risorgere dalla morte ed ascendere ai Cieli per preparare il posto ad ognuno di noi.
Il nostro, dicevo  all’inizio, è un Dio che si fa vicino, che si è fatto Uomo per restare con noi per sempre, con noi oggi qui, su questa terra, presente ed operante in mezzo a noi. Non ci scruta dall’alto dei Cieli, ma si fa nostro compagno di viaggio e cammina accanto a noi, davanti a noi, combatte per noi, ci illumina il cammino, ci spiana la via, abbatte le montagne che ci impediscono il cammino, costruisce ponti, appiana colline, apre strade in mezzo al deserto e in mezzo al mare.
Il Nostro è  il Dio-con-noi, l’Emanuele, il Dio fattosi Uomo e venuto ad abitare in mezzo a noi.
Questa differenza è sostanziale, ma è anche sostanziale l’approccio e il comportamento dei due gruppi di bambini: Allah sarà anche un dio lontano, ma è un dio che non si può nominare invano, in maniera irriverente e con leggerezza, né è possibile utilizzare il suo nome per le imprecazioni. Non sia mai!
È un dio che viene onorato e reso potente dalla puntualità, precisione e profondità della preghiera, dal modo sacrosanto con cui viene pronunciato il suo nome, dall’attenzione totale con cui si ascoltano le sue parole. È stato impressionante vedere con quanta delicatezza, quanto silenzio, quanta attenzione, quanto interesse c’ erano in quegli sguardi di bimbi, a cui nessuno diceva di stare fermi e zitti, ma che semplicemente e liberamente si sono messi intorno al loro maestro ed hanno ascoltato, ascoltato attentamente.
Un sogno per noi catechisti cristiani, che abbiamo la fortuna di avere un Dio vicino e la sfortuna di avere i fedeli lontani.
Più Dio si avvicina, più noi credenti ce ne allontaniamo.
Più il nostro Dio cerca di venirci incontro e di entrare in un rapporto di confidenzialità con noi, più noi lo banalizziamo, lo riduciamo in polvere, lo svuotiamo di ogni cosa; è la qualità del nostro rapporto che fa acqua da tutte le parti  e fa la differenza fra noi e i musulmani.
Per noi cristiani, la santità di Dio vale meno dell’acqua fresca … non così, non così per i musulmani, non così per loro, per loro che pregano cinque volte al giorno, che si svegliano alle due di ogni notte per un’intera ora di preghiera e poi tornano a dormire… se ci riescono; noi facciamo  una notte bianca una volta all’anno… e ci pesa da morire e già ci sembra un’esagerazione esasperante da parte del parroco di turno!
Due esperienze, dunque, con lo stesso obiettivo:  nell’aula del catechismo cristiano si ride, si canta e si salta, si chiede mille volte di andare al bagno, si consulta  l’orologio ogni secondo per sapere quanto manca all’uscita, non si vede l’ora di uscire per andare al corso di… calcio, musica, ballo, piscina…; nell’altra, invece,  si resta immersi in un clima quasi di contemplazione che sembra essere pieno di quella consapevolezza profonda della grandezza delle  cose di Dio.
Si  arriva quasi a provare invidia per un simile modo di fare catechismo!
L’invidia per quel modo bello, tranquillo, santo… di fare catechismo
Un’utopia irrealizzabile nelle nostre aule di catechismo!
Perché un Dio che si è fatto piccolo e si è fatto Uomo per entrare nella nostra piccolezza umana, un Dio che ha preferito condividere tutto con noi, fuorchè il peccato… un Dio che si fa vicino …  ai nostri occhi diventa un Dio dalla logica perdente, un Dio povero, un Dio troppo umile … e questa sua umiltà fa schizzare in alto la superbia dell’uomo.
La nostra superbia è tale da fare della vicinanza misericordiosa di Dio… un’occasione di peccato!
L’irriverenza nel pronunciare il Nome di Dio supera ogni limite consentito, straripa nella volgarità, nella mondanità, nell’offesa, nel peggiore dei tradimenti.
È sconvolgente questa realtà!
Si arriva a sognare un catechismo come  quello di una scuola coranica , a desiderare quell’attenzione e quel silenzio quasi adorante di tanti bambini che sembrano riescano a cogliere, pur nella loro tenera età, quell’onnipotenza di un dio che sovrasta il mondo e le sue creature.
Ma, ovviamente, abbiamo già detto, questo non è il nostro Dio, il nostro Dio si fa chiamare Padre; il nostro Dio si fa chiamare Fratello, Amico, Sposo; il nostro Dio si siede accanto a noi, si siede di fronte a noi, ci tende la Mano e ci accompagna, ci guida, ‘’anche di notte’’ ci istruisce; il nostro Dio è un Maestro che ama, corregge, forma, plasma, interviene direttamente nella nostra vita, la raddrizza, le indica la strada giusta, perdona… abbraccia!
Sì, il nostro Dio non è un Dio che si fa guardare dal basso all’alto, che ci fa stare con il naso all’insù… il nostro Dio ci asciuga le lacrime e gioisce con noi, piange e soffre con noi, ci ama e ci chiama per nome, come fa un Padre con i suoi figli, come fa un Pastore con le sue pecorelle!
È bello il nostro Dio!
È bello questo, è molto bello!
Una bellezza, purtroppo, deturpata dalla volgarità del nostro linguaggio, dalla povertà dei nostri pensieri  e dalla miseria dei nostri sentimenti.
È doloroso questo! È molto doloroso!
Se da una parte, infatti, Lui si fa piccolo per incontrare noi, noi ci facciamo ‘’grandi’’ e ci innalziamo al di sopra di Lui e questo ci porta anche ad offenderlo, a sovrastarlo con la nostra superbia; questo fa sì che i bambini nella loro libertà di amare, facciano più fatica ad ascoltare la sua Parola, a comprenderne gli insegnamenti, a desiderare il Suo Amore,  a coglierne l’immensa portata del suo amarci.
Ma la bellezza della nostra fede sta anche nella libertà e nella possibilità del nostro rifiuto, della nostra indisciplina, della nostra reticenza, della nostra distrazione, del nostro chiasso.
Certo, un catechista soffre sempre quando, dopo aver impiegato tanto tempo per preparare la sua lezioncina, magari ha cercato giochi, testi che facilitino la comprensione del messaggio, preparato cartelloni o quant’altro per rendere più interessante e coinvolgente la lezione, si trova davanti un gruppo di bambini che ha voglia di fare tutto tranne quello di ascoltare o svolgere ciò che è stato preparato per quell’incontro!
La delusione per i risultati non raggiunti…  fa sentire forte tutto il suo peso e ti mette in crisi più del chiasso stesso dei bambini.
Ma il Signore non ha mai detto che seguirlo è facile, che avere a che fare con Lui è facile; ha detto che il suo giogo è dolce e leggero, ma ha anche detto che chi decide di seguirlo deve portare con sé la sua croce e seguirlo su quel Calvario che è la Meta dell’ Amore.
Ora, non voglio dire che fare il catechista sia  ‘’una croce così pesante e impossibile’’, vero è, però,  che a volte diventa così pesante da farsi impossibile ed allora… vien voglia di sedersi e abbandonare ogni cosa.
Ma c’è una sollecitudine che ti impedisce di sederti, c’è un movimento dentro che ti impedisce di abbandonare, c’è un anelito nel cuore che non ti lascia in pace, c’è un bisogno di camminare nonostante la salita, la fatica, lo scoraggiamento, la delusione, la stanchezza, tutto questo c’è… e non puoi non tenerne conto!
Ed allora… cosa succede a questo punto?
Succede che… al suonar della campanella – diciamo così –  all’inizio di ogni anno catechistico, ci si prende il proprio zaino sulle spalle e si riparte per la nuova avventura… che riserverà soprese, belle o brutte, novità da gestire, chiasso e confusione, corse ed urla, malumori e … tutta una serie di situazioni che si vorrebbero evitare… eppure quell’avventura cristiana ha un fascino al quale non puoi resistere… non riesci a dire il tuo no… non riesci a non dire… eccomi, ci sono!
Certo, è proprio  strana la nostra fede… quando credi di non poterne più, quando le tue forze vengono meno… allora una Forza nuova ti investe e tu, tra lo stupore e l’incredulità, riparti… passo passo, mano nella mano… una mano a Gesù e una a quei ‘’monelli’’ che scopri di non poter  non amare nella loro libertà di andare incontro al Signore, correndo, saltando, urlando… imparando ad amare!
Ed allora quell’ora si fa ‘’santa’’ davvero… la santità è fatta di libertà… si impara ad amare solo se si è liberi di amare, secondo i propri tempi, le proprie capacità, le proprie difficoltà… amare ed essere amati è un nostro bisogno… ma non è detto che sia facile, che sia semplice, che sia scontato… l’Amore è il traguardo… il cammino per quel traguardo è fatto di buche, di cadute, di salite, di scivoloni anche dolorosi, di fatica, di strade polverose  e sconosciute, di strade strette e di nottate buie… poi, camminando camminando, scopri che quelli che tu credevi fossero ostacoli al tuo cammino altro non sono che ‘’la misura alta della fede cristiana’’.
Il Signore ci invita a far festa con Lui, ma prima di giungere a quella festa bisogna conquistarsi l’abito adeguato, sostituire gli stracci della nostra miseria, con panni regali e adatti alla situazione… ecco… mentre cammini, arrancando per la stanchezza… scopri che ogni cosa cambia aspetto e dal buio dello scoraggiamento comincia a filtrare quel raggio di Luce che ti dice… dai… vai avanti… non sarà un’ora santa quella che ti aspetta, ma in quell’ora che credi ‘’devastata’’ … IO CI SONO!

E si ricomincia… a lode e gloria del suo Santo Nome!