venerdì 10 aprile 2015

CANTO A TE, SIGNORE!
La croce




Il legno della Croce,
quel "legno del fallimento",

è divenuto il parametro vero
di ogni vittoria.
Gesù ha operato più salvezza                                       
con le mani inchiodate sulla Croce,
che con le mani stese sui malati.
Donaci, Signore,
di non sentirci costretti
nell'aiutarti a portare la Croce,
di aiutarci a vedere
anche nelle nostre croci
e nella stessa Croce un mezzo per ricambiare
il Tuo Amore.


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Aiutaci a capire
che la nostra storia crocifissa
è già impregnata di resurrezione.
Se ci sentiamo sfiniti, Signore,
è perché, purtroppo,
molti passi li abbiamo consumati
sui viottoli nostri e non sui Tuoi,
ma proprio i nostri fallimenti
possono essere la salvezza
della nostra vita.
(don Tonino Bello)

mercoledì 8 aprile 2015




Papa Francesco \ Udienza Generale  8.3.15

Francesco: bambini che soffrono, "grido che sale a Dio''
“La passione dei bambini, rifiutati, abbandonati, derubati del loro futuro è un grido che sale a Dio e che accusa il sistema che abbiamo costruito”. E’ un forte appello alla responsabilità delle persone e dei Paesi nei confronti dei piccoli sofferenti, il filo conduttore della catechesi del Papa oggi all’udienza generale. Davanti a migliaia di fedeli in una Piazza San Pietro assolata, Francesco ripete “con i bambini non si scherza! Nessun sacrificio sarà troppo grande pur di evitare di farli sentire uno sbaglio”. Il servizio di Gabriella Ceraso:
Torna sulla catechesi dedicata alla famiglia il Papa in questo luminoso mercoledì di Pasqua per completare la riflessione sui bambini, visti quest’oggi col volto della sofferenza. “Storie di Passione” le chiama Francesco: piccoli rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro o, nei Paesi ricchi, vittime di crisi familiari, di vuoti educativi e condizioni di vita disumane:
“Qualcuno osa dire, quasi per giustificarsi, che è stato un errore farli venire al mondo. Questo è vergognoso! Non scarichiamo sui bambini le nostre colpe, per favore! I bambini non sono mai “un errore”.
Un sistema sbagliato
In queste situazioni hanno bisogno semmai di più amore, prosegue il Papa, ribadendo più di una volta le responsabilità singole e collettive degli adulti nei drammi dei più piccoli:
“Ogni bambino emarginato, abbandonato, che vive per strada mendicando e con ogni genere di espedienti, senza scuola, senza cure mediche, è un grido che sale a Dio e che accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito”.
Dio non dimentica nessuna lacrima
“Il Padre non dimentica nessuna lacrima come neppure la responsabilità sociale delle persone e dei Paesi va perduta”, sottolinea ancora Francesco. E responsabilità sociale significa, spiega il Pontefice, non nascondersi dietro “difese legali d’ufficio” - del tipo 'non possiamo farci nulla', oppure 'non siamo un ente di beneficenza'" - come anche accompagnare le fatiche dei genitori che generosamente accolgono bambini con gravi difficoltà:
“E’ vero che grazie a Dio i bambini con gravi difficoltà trovano molto spesso genitori straordinari, pronti ad ogni sacrificio e ad ogni generosità. Ma questi genitori non dovrebbero essere lasciati soli! Dovremmo accompagnare la loro fatica, ma anche offrire loro momenti di gioia condivisa e di allegria spensierata, perché non siano presi solo dalla routine terapeutica”.
Nessun bambino "è un errore"
Voce della Chiesa di oggi, il Papa offre dunque tenerezza materna e benedizione di Dio per genitori e figli, ma anche condanna e rimprovero fermo, perché, dice, ”con i bambini non si scherza!”. Infine, Francesco consegna alle migliaia di fedeli che lo ascoltano, l’immagine di una società ideale che troverebbe misericordia anche nel giudizio divino, se stabilisse un principio di fondo:

“E’ vero che non siamo perfetti e che facciamo molti errori. Ma quando si tratta dei bambini che vengono al mondo, nessun sacrificio degli adulti sarà giudicato troppo costoso o troppo grande, pur di evitare che un bambino pensi di essere uno sbaglio, di non valere niente e di essere abbandonato alle ferite della vita e alla prepotenza degli uomini”. Che bella sarebbe una società così! Io dico che a questa società, molto sarebbe perdonato, dei suoi innumerevoli errori. Molto, davvero”.

martedì 7 aprile 2015

DIARIO DELLA 
DIVINA MISERICORDIA 
DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA

 Ma ora voglio parlare ancora dei momenti della prova. 
In quei momenti è necessario
che i confessori abbiano pazienza con tale anima provata. Ma la più
grande pazienza deve averla l'anima con se stessa.
O mio Gesù, Tu sai quello che prova la mia anima al ricordo di quelle sofferenze.
Talvolta mi son meravigliata che gli angeli ed i santi restino silenziosi mentre un'anima sopporta simili sofferenze. 
Tuttavia essi ci amano in modo particolare in quei momenti. 
L'anima mia certe volte ha gridato verso
Dio, come un bambino quando la madre nasconde il suo volto ed egli non
può riconoscerla e grida con quante forze ha. O Gesù mio, per queste
prove d'amore sia onore e gloria a Te. Grande ed insondabile è la Tua
Misericordia! O Signore, tutto quello che hai progettato nei riguardi della
mia anima, è pervaso della Tua Misericordia. Ricordo questa cosa: coloro
che vivono insieme non dovrebbero aggiungere sofferenze esterne,
poiché in verità quando un'anima ha il calice pieno fino all'orlo, talvolta
proprio la goccia che gettiamo noi nel suo calice sarà esattamente quel di
più, che farà traboccare il calice dell'amarezza. E chi risponde per
quell'anima? Guardiamoci bene dall'aggiungere sofferenze agli altri,
poiché questo non piace al Signore. Se le suore oppure i superiori
sapessero o supponessero che una certa anima sta attraversando tali
prove e, ciò nonostante, da parte loro le aggiungessero altre sofferenze,
peccherebbero mortalmente e Dio stesso rivendicherebbe quell'anima.
Non parlo qui di casi che per loro natura costituiscono peccato, ma parlo
di una cosa che in un altro momento non sarebbe peccato. Stiamo attenti
a non avere quelle anime sulla coscienza. E un grave difetto della vita
religiosa e della vita in genere, che quando si vede un'anima che è nella
sofferenza, si tende sempre ad aggiungerne ancora di più. Non parlo di
tutti, ma ci sono persone che si comportano così. Ci permettiamo di
esprimere giudizi di ogni genere e parliamo là dove non avremmo mai
dovuto dire quello che abbiamo detto. La lingua è un organo piccolo, ma
provoca cose grosse. La religiosa che non rispetta il silenzio, non
giungerà mai alla santità, cioè non diventerà santa. Non s'illuda. Se per
caso accade che per suo mezzo parla lo Spirito di Dio, allora non è lecito
tacere. Ma per poter ascoltare la voce di Dio bisogna avere la quiete
nell'anima ed osservare il silenzio: non un silenzio tetro, ma il silenzio
interiore, cioè il raccoglimento in Dio. Si possono dire molte cose e non
interrompere il silenzio, ed al contrario si può parlar poco ed infrangere
continuamente il silenzio. Oh! che danni irreparabili provoca
l'inosservanza del silenzio! Si fanno molti torti al prossimo, ma
soprattutto alla propria anima. Secondo il mio pensiero e la mia
esperienza, la regola del silenzio dovrebbe essere al primo posto. Iddio
non si dona ad un anima ciarliera che come un fuco nell'alveare ronza
molto, ma non produce miele. Un'anima che chiacchiera molto è vuota
nel suo interno. Non ha né virtù fondamentali, né intimità con Dio. Non è
il caso di parlare di una vita più profonda, della soave pace e tranquillità
nella quale abita Iddio. Un'anima che non ha gustato la dolcezza della
quiete interiore, è uno spirito inquieto, e turba la tranquillità degli altri.
Ho visto molte anime negli abissi infernali per non aver osservato il
silenzio. Loro stesse me l'hanno detto, quando ho chiesto loro quale era
stata la causa della loro rovina. Erano anime consacrate. O mio Dio,
quale dolore! Eppure avrebbero potuto non solo essere in paradiso, ma
essere perfino sante. O Gesù, Misericordia, tremo quando penso che
debbo rendere conto della mia lingua. Nella lingua c'è la vita, ma anche la
morte. E talvolta con la lingua uccidiamo, commettiamo dei veri omicidi;
e possiamo ancora considerare ciò una piccola cosa? Per la verità non
riesco a comprendere tali coscienze. Ho conosciuto una persona, che
avendo saputo da un'altra una certa cosa che si diceva di lei... si ammalò
gravemente e di conseguenza versò molto sangue e molte lacrime e poi
avvenne la dolorosa conclusione che fu causata quindi non dalla spada,
ma dalla lingua. O mio Gesù silenzioso, abbi misericordia di noi.

lunedì 6 aprile 2015

E' RISORTO

ALLELUIA! ALLELUIA! ALLELUIA

2015



MARIA REGINA DELLA PACE

MEDJUGORJE

Messaggio a Mirjana del 2 Aprile 2015  

  

“Cari figli
ho scelto voi, apostoli miei, perché tutti portate dentro di voi qualcosa di bello. Voi potete aiutarmi affinché l’amore per cui mio Figlio è morto, ma poi anche risorto, vinca nuovamente. Perciò vi invito, apostoli miei, a cercare di vedere in ogni creatura di Dio, in tutti i miei figli, qualcosa di buono e a cercare di comprenderli. Figli miei, tutti voi siete fratelli e sorelle per mezzo del medesimo Spirito Santo. Voi, ricolmi d’amore verso mio Figlio, potete raccontare a tutti coloro che non hanno conosciuto questo amore ciò che voi conoscete. Voi avete conosciuto l’amore di mio Figlio, avete compreso la sua risurrezione, voi volgete con gioia gli occhi verso di lui. Il mio desiderio materno è che tutti i miei figli siano uniti nell’amore verso Gesù. Perciò vi invito, apostoli miei, a vivere con gioia l’Eucaristia perché, nell’Eucaristia, mio Figlio si dona a voi sempre di nuovo e, col suo esempio, vi mostra l’amore e il sacrificio verso il prossimo. 

Vi ringrazio”.


La Madonna era decisa nella sua intenzione di aiutarci. Mirjana ha detto che ha raccomandato tutti e che la Madonna ha benedetto tutti

mercoledì 1 aprile 2015

"Quando Gesù apparve ai discepoli la sera di Pasqua " mostrò loro le mani e i piedi",

                                      di don Tonino Bello

Carissimi,

Io non so se nell'ultima cena, dopo che Gesù ebbe ripreso le vesti, qualcuno dei dodici si sia alzato da tavola e con la brocca, il catino e l'asciugatoio si sia diretto a lavare i piedi del maestro. Probabilmente no. C'è da supporre comunque che dopo la sua morte ripensando a quella sera, i discepoli non abbiano fatto altro che rimproverarsi l'incapacità di ricambiare la tenerezza del Signore.  Possibile mai, si saranno detti, che non ci è venuto in mente di strappargli dalle mani quei simboli del servizio, e di ripetere sui suoi piedi ciò che egli ha fatto con ciascuno di noi? Dovette essere così forte il disappunto della Chiesa nascente per quella occasione perduta, che, quando Gesù apparve alle donne il mattino della risurrezione, esse non seppero fare di meglio che lanciarsi su quei piedi e abbracciarli. "Avvicinatesi, gli cinsero i piedi e lo adorarono". Ce lo riferisce Matteo, nell'ultimo capitolo del suo Vangelo. Gli cinsero i piedi. Non gli baciarono le mani o gli strinsero il collo. No. Gli cinsero i piedi! Erano già bagnati di rugiada. Glieli asciugarono, allora con l'erba del prato e glieli scaldarono col tepore dei loro mantelli. Quasi per risarcire il maestro, sia pure a scoppio ritardato, di una attenzione che la notte del tradimento gli era stata negata. Gli cinsero i piedi. Fortunatamente avevano portato con sé profumi per ungere il corpo di Gesù. Forse ne ruppero le ampolle di alabastro e in un rapimento di felicità riversarono sulle caviglie del Signore gli olii aromatici che furono subito assorbiti da quei fori: profondi e misteriosi, come due pozzi di luce. Gli cinsero i piedi. Finalmente! Verrebbe voglia di dire. Ma chi sa in quel ritardo ci doveva essere anche tanto pudore. Forse la chiesa nascente rappresentata dalle due Marie prima di cadergli davanti nel gesto dell'adorazione aveva voluto aspettare di proposito che Gesù riprendesse davvero le vesti. Non quelle che aveva momentaneamente deposto prima della lavanda. Ma quelle veramente inconsutili del suo corpo glorioso.

 

Carissimi fratelli, oggi voglio dirvi che la Pasqua è tutta qui. Nell'abbracciamento di quei piedi. Essi devono divenire non solo il punto di incontro per le nostre estasi d'amore verso il Signore, ma anche la cifra interpretativa di ogni servizio reso alla gente, e la fonte del coraggio per tutti i nostri impegni di solidarietà con la storia del mondo. Non c'è da illudersi. Senza questa dimensione adorante, espressa dal gruppo marmoreo di donne protese dinanzi al risorto, saremo capaci di organizzare solo girandole appariscenti di sussulti pastorali. Se non afferriamo i piedi di Gesù, lavare i piedi ai marocchini, o agli sfrattati, o ai tossici, non basta. Non basta neppure lavarsi i piedi a vicenda, tra compagni di fede. Se la preghiera non ci farà contemplare speranze ultramondane attraverso quei fori lasciati dai chiodi, battersi per la giustizia, lottare per la pace e schierarsi con gli oppressi, può rimanere solo un'estenuante retorica. Se, caduti in ginocchio, non interpelleremo quei piedi sugli orientamenti ultimi per il nostro cammino, giocarsi il tempo libero nel volontariato rischia di diventare ricerca sterile di sé e motivo di vanagloria. Se l'adorazione dinnanzi all'ostensorio luminoso di quelle stigmate non ci farà scavalcare le frontiere delle semplici liberazioni terrene, impegnarsi per le promozione dei poveri potrà sfiorare perfino il pericolo dell'esercizio di potere. Non basta avere le mani bucate. Ci vogliono anche i piedi forati. E' per questo che quando Gesù apparve ai discepoli la sera di Pasqua "mostrò loro le mani e i piedi". E poi, quasi per sottolineare con la simbologia di quei due moduli complementari che senza l'uno o l'altro, ogni annuncio di risurrezione rimarrà sempre mortificato, aggiunse: "Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io". Mani e piedi, con tanto di marchio! Ecco le coordinate essenziali per ricostruire la carta d'identità del risorto. Mani bucate. Richiamo a quella inesauribile carità verso i fratelli, che si fa donazione a fondo perduto. Piedi forati. Appello esigente a quell'amore verso il Signore, che ci fa scorgere il senso ultimo delle cose attraverso le ferite della sua carne trasfigurata.

lunedì 30 marzo 2015

DIARIO DELLA 
DIVINA MISERICORDIA 
DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA


E desidero nuovamente dire
alcune parole all'anima che vuole tendere decisamente alla santità e
riportare frutto cioè vantaggio della confessione. La prima, totale
sincerità e apertura. Il più santo ed il più saggio dei confessori non può
infondere a viva forza in un'anima ciò che desidera, se l'anima non è
sincera ed aperta. Un'anima insincera, chiusa, si espone a grandi pericoli
nella vita spirituale e lo stesso Gesù non si dona ad una tale anima in
modo superiore, perché sa che essa non ricaverebbe vantaggi da queste
grazie speciali. La seconda parola, l'umiltà. Un'anima non ricava adeguati
vantaggi dal sacramento della confessione, se non è umile. La superbia
tiene l'anima nelle tenebre. Essa non sa e non vuole penetrare
esattamente nel profondo della sua miseria: si maschera e fugge da tutto
ciò che dovrebbe guarirla. La terza parola è l'obbedienza. Un'anima
disobbediente non riporterà alcuna vittoria, anche se fosse Gesù stesso a
confessarla direttamente. Il confessore più esperto non può essere di
alcun aiuto ad una tale anima. Un'anima disobbediente si espone a
grandi sventure e non progredirà affatto nella perfezione e non se la
caverà nella vita spirituale. Iddio ricolma di grazia nel modo più
abbondante le anime, ma le anime obbedienti. Oh! quanto sono graditi
gl'inni che sgorgano da un'anima che soffre! Tutto il cielo rimane
estasiato di fronte ad una tale anima, specialmente quando è provata da
Dio. Essa indirizza verso di Lui i suoi nostalgici lamenti. La sua bellezza è
grande, perché proviene da Dio. Va attraverso il deserto della vita ferita
d'amore divino. Essa tocca la terra con un piede solo. Un'anima che è
uscita da quei tormenti è profondamente umile. La limpidezza della sua
anima è grande. Essa, senza bisogno di rifletterci in certo modo, conosce
meglio che cosa in un dato momento occorra fare e che cosa tralasciare.
Avverte il più piccolo tocco della grazia ed è molto fedele a Dio. Essa
riconosce Iddio da lontano e gode di Dio ininterrottamente. Essa in
pochissimo tempo scopre Iddio nelle anime degli altri, in genere in
quanti le stanno attorno. L'anima viene purificata da Dio stesso. Dio
come puro Spirito introduce l'anima in una vita puramente spirituale.
Iddio stesso aveva preparato quest'anima in precedenza e l'aveva
purificata, cioè l'aveva resa idonea ad uno stretto rapporto di intimità con
Sé. Secondo un modo spirituale essa ha rapporti di intimità col Signore
in un riposo amoroso. Si rivolge a Lui senza l'uso dei sensi. Iddio riempie
l'anima con la Sua luce. La sua mente illuminata vede chiaramente e
distingue i gradi in questa vita spirituale. Vede quando si univa a Dio in
modo imperfetto, quando vi prendevano parte i sensi e lo spirito era
unito ai sensi, sebbene già in maniera superiore e speciale, però
imperfetta. Vi è un'unione col Signore superiore e più perfetta: è quella
intellettuale. Qui l'anima è più riparata dalle illusioni; la sua spiritualità è
più profonda e più pura. In una vita, in cui ci sono i sensi, li si è più
esposti alle illusioni. L'accortezza sia dell'anima stessa che dei confessori
dovrebbe essere maggiore. Vi sono momenti nei quali Iddio introduce
l'anima in uno stato puramente spirituale. I sensi si spengono e sono
come morti. L'anima è unita a Dio nella maniera più stretta: è immersa
nella Divinità. La sua conoscenza è totale e perfetta; non dettagliata,
come prima, ma generale e completa. Gioisce per questo.

sabato 28 marzo 2015



SIGNORE, SONO QUI AI TUOI PIEDI...





MARIA REGINA DELLA PACE

MEDJUGORJE 

Messaggio del 25 Marzo 2015  

  

"Cari figli! Anche oggi l'Altissimo mi ha permesso di essere con voi e di guidarvi sul cammino della conversione. Molti cuori si sono chiusi alla grazia e non vogliono dare ascolto alla mia chiamata. Voi figlioli, pregate e lottate contro le tentazioni e contro tutti i piani malvagi che satana vi offre tramite il modernismo. Siate forti nella preghiera e con la croce tra le mani pregate perché il male non vi usi e non vinca in voi. Io sono con voi e prego per voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

domenica 22 marzo 2015

mercoledì 18 marzo 2015


messaggio del papa per la quaresima 2015

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RINFRANCATE I VOSTRI CUORI (GC 5,8)

Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (2 Cor 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare.
Quando il popolo di Dio si converte al suo amore, trova le risposte a quelle domande che continuamente la storia gli pone. Una delle sfide più urgenti sulla quale voglio soffermarmi in questo Messaggio è quella della globalizzazione dell’indifferenza.
L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano.
Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo. Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità (cfrGal5,6). Tuttavia, il mondo tende a chiudersi in se stesso e a chiudere quella porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e il mondo in Lui. Così la mano, che è la Chiesa, non deve mai sorprendersi se viene respinta, schiacciata e ferita.
Il popolo di Dio ha perciò bisogno di rinnovamento, per non diventare indifferente e per non chiudersi in se stesso. Vorrei proporvi tre passi da meditare per questo rinnovamento.
1. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono” (1 Cor 12,26) – La Chiesa
La carità di Dio che rompe quella mortale chiusura in se stessi che è l’indifferenza, ci viene offerta dalla Chiesa con il suo insegnamento e, soprattutto, con la sua testimonianza. Si può però testimoniare solo qualcosa che prima abbiamo sperimentato. Il cristiano è colui che permette a Dio di rivestirlo della sua bontà e misericordia, di rivestirlo di Cristo, per diventare come Lui, servo di Dio e degli uomini. Ce lo ricorda bene la liturgia del Giovedì Santo con il rito della lavanda dei piedi. Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi, ma poi ha capito che Gesù non vuole essere solo un esempio per come dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Questo servizio può farlo solo chi prima si è lasciato lavare i piedi da Cristo. Solo questi ha “parte” con lui (Gv13,8) e così può servire l’uomo.
La Quaresima è un tempo propizio per lasciarci servire da Cristo e così diventare come Lui. Ciò avviene quando ascoltiamo la Parola di Dio e quando riceviamo i sacramenti, in particolare l’Eucaristia. In essa diventiamo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo. In questo corpo quell’indifferenza che sembra prendere così spesso il potere sui nostri cuori, non trova posto. Poiché chi è di Cristo appartiene ad un solo corpo e in Lui non si è indifferenti l’uno all’altro. “Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1 Cor12,26).
La Chiesa ècommunio sanctorumperché vi partecipano i santi, ma anche perché è comunione di cose sante: l’amore di Dio rivelatoci in Cristo e tutti i suoi doni. Tra essi c’è anche la risposta di quanti si lasciano raggiungere da tale amore. In questa comunione dei santi e in questa partecipazione alle cose sante nessuno possiede solo per sé, ma quanto ha è per tutti. E poiché siamo legati in Dio, possiamo fare qualcosa anche per i lontani, per coloro che con le nostre sole forze non potremmo mai raggiungere, perché con loro e per loro preghiamo Dio affinché ci apriamo tutti alla sua opera di salvezza.
2. “Dov’è tuo fratello?”(Gen 4,9) – Le parrocchie e le comunità
Quanto detto per la Chiesa universale è necessario tradurlo nella vita delle parrocchie e comunità. Si riesce in tali realtà ecclesiali a sperimentare di far parte di un solo corpo? Un corpo che insieme riceve e condivide quanto Dio vuole donare? Un corpo, che conosce e si prende cura dei suoi membri più deboli, poveri e piccoli? O ci rifugiamo in un amore universale che si impegna lontano nel mondo, ma dimentica il Lazzaro seduto davanti alla propria porta chiusa ? (cfr Lc 16,19-31).
Per ricevere e far fruttificare pienamente quanto Dio ci dà vanno superati i confini della Chiesa visibile in due direzioni.
In primo luogo, unendoci alla Chiesa del cielo nella preghiera. Quando la Chiesa terrena prega, si instaura una comunione di reciproco servizio e di bene che giunge fino al cospetto di Dio. Con i santi che hanno trovato la loro pienezza in Dio, formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore. La Chiesa del cielo non è trionfante perché ha voltato le spalle alle sofferenze del mondo e gode da sola. Piuttosto, i santi possono già contemplare e gioire del fatto che, con la morte e la resurrezione di Gesù, hanno vinto definitivamente l’indifferenza, la durezza di cuore e l’odio. Finché questa vittoria dell’amore non compenetra tutto il mondo, i santi camminano con noi ancora pellegrini. Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa, scriveva convinta che la gioia nel cielo per la vittoria dell’amore crocifisso non è piena finché anche un solo uomo sulla terra soffre e geme: “Conto molto di non restare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime” (Lettera 254 del 14 luglio 1897).
Anche noi partecipiamo dei meriti e della gioia dei santi ed essi partecipano alla nostra lotta e al nostro desiderio di pace e di riconciliazione. La loro gioia per la vittoria di Cristo risorto è per noi motivo di forza per superare tante forme d’indifferenza e di durezza di cuore.
D’altra parte, ogni comunità cristiana è chiamata a varcare la soglia che la pone in relazione con la società che la circonda, con i poveri e i lontani. La Chiesa per sua natura è missionaria, non ripiegata su se stessa, ma mandata a tutti gli uomini.
Questa missione è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo. La missione è ciò che l’amore non può tacere. La Chiesa segue Gesù Cristo sulla strada che la conduce ad ogni uomo, fino ai confini della terra (cfr At 1,8). Così possiamo vedere nel nostro prossimo il fratello e la sorella per i quali Cristo è morto ed è risorto. Quanto abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto anche per loro. E parimenti, quanto questi fratelli possiedono è un dono per la Chiesa e per l’umanità intera.
Cari fratelli e sorelle, quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza!
3. “Rinfrancate i vostri cuori !”(Gc 5,8) – Il singolo fedele
Anche come singoli abbiamo la tentazione dell’indifferenza. Siamo saturi di notizie e immagini sconvolgenti che ci narrano la sofferenza umana e sentiamo nel medesimo tempo tutta la nostra incapacità ad intervenire. Che cosa fare per non lasciarci assorbire da questa spirale di spavento e di impotenza?
In primo luogo, possiamo pregare nella comunione della Chiesa terrena e celeste. Non trascuriamo la forza della preghiera di tanti! L’iniziativa24 ore per il Signore, che auspico si celebri in tutta la Chiesa, anche a livello diocesano, nei giorni 13 e 14 marzo, vuole dare espressione a questa necessità della preghiera.
In secondo luogo, possiamo aiutare con gesti di carità, raggiungendo sia i vicini che i lontani, grazie ai tanti organismi di carità della Chiesa. La Quaresima è un tempo propizio per mostrare questo interesse all’altro con un segno, anche piccolo, ma concreto, della nostra partecipazione alla comune umanità.
E in terzo luogo, la sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli.
Per superare l’indifferenza e le nostre pretese di onnipotenza, vorrei chiedere a tutti di vivere questo tempo di Quaresima come un percorso di formazione del cuore, come ebbe a dire Benedetto XVI (Lett. enc. Deus caritas est, 31). Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro.
Per questo, cari fratelli e sorelle, desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”: “Rendi il nostro cuore simile al tuo” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù). Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza.
Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.
Dal Vaticano, 4 ottobre 2014
Festa di San Francesco d’Assisi
Francesco

martedì 17 marzo 2015

DIARIO DELLA 
DIVINA MISERICORDIA 
DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA

In quei momenti non avevo un direttore spirituale e non conoscevo nessuna direzione.
Pregavo il Signore e non mi dava un direttore.
Gesù stesso è stato il mio Maestro dall'infanzia fino ad ora;
mi ha condotto attraverso tutte le foreste ed i pericoli.
Vedo chiaramente che soltanto Iddio poteva condurmi
attraverso così grandi pericoli senza alcun danno, senza discapito; per
questo l'anima mia è rimasta intatta ed ho vinto sempre. Da tutte le
difficoltà, che sono state inimmaginabili, uscì. Tuttavia il Signore mi
diede un direttore spirituale, ma più tardi. Dopo quelle sofferenze
l'anima è di una grande limpidezza di spirito ed in una grande vicinanza
con Dio, benché debba ancora ricordare che in quei tormenti spirituali
essa è vicina a Dio, ma è cieca. Lo sguardo della sua anima è avvolto dalle
tenebre, ma Dio è più vicino ad una tale anima sofferente, solo che tutto
il segreto sta proprio in questo, che essa non lo sa. Essa afferma non solo
che Dio l'ha abbandonata, ma che essa è oggetto del Suo odio. Che grave
malattia della vista dell'anima che, abbagliata dalla luce di Dio, afferma
che Dio è assente, mentre è così forte che la rende cieca. In seguito però
ho conosciuto che Dio le è più vicino in quei momenti che in qualsiasi
altra circostanza, poiché con l'aiuto normale della grazia non potrebbe
superare quelle prove. Qui opera l'onnipotenza divina ed una grazia
straordinaria, perché diversamente si spezzerebbe al primo urto.
O Divino Maestro, questo è soltanto opera Tua nella mia anima. Tu, o
Signore, non hai paura di mettere un'anima sull'orlo di una spaventosa
voragine, dove essa è spaventata e terrorizzata e la richiami nuovamente
a Te. Questi sono i Tuoi incomprensibili misteri. Quando durante quei
supplizi dell'anima cercavo di accusarmi nella santa confessione delle più
piccole inezie, quel sacerdote si meravigliò che non commettessi
mancanze più gravi e mi disse queste parole: « Se lei, sorella, in questi
tormenti è così fedele a Dio, la cosa in sé mi dà la prova che Iddio la
sostiene con la Sua grazia particolare ed il fatto che lei non comprenda
questo è anche bene ». Strano però che i confessori non abbiano potuto
né capirmi, né tranquillizzarmi in quelle cose fino all'incontro con P.
Andrasz ed in seguito con Don Sopocko. Alcune parole sulla confessione
e sui confessori. Ricorderò soltanto ciò che ho sperimentato e vissuto
nella mia anima. Ci sono tre cose per cui l'anima non ricava profitto dalla
confessione in quei momenti eccezionali. La prima è che il confessore
conosce poco le vie straordinarie e mostra meraviglia se un'anima gli
svela i grandi misteri che Dio compie nell'anima. Questa sua meraviglia
già mette in allarme un'anima delicata: essa nota che il confessore è
indeciso nell'esprimere il suo parere e non si rassicura, ma ha ancora più
dubbi dopo la confessione di quanti ne avesse prima, poiché essa sente
che il confessore la tranquillizza ma lui stesso non è sicuro. Oppure, cosa
che mi è capitata, il confessore, non riuscendo a penetrare alcuni misteri
di un'anima, le rifiuta la confessione, mostra un certo timore
all'avvicinarsi di quell'anima alla grata. Come può un'anima in tale stato
attingere tranquillità nel confessionale, dato che essa è così sensibile ad
ogni parola del sacerdote? A mio parere in tali momenti di speciali visite
di Dio ad un'anima, se il sacerdote non la comprende dovrebbe indicarle
un confessore esperto ed illuminato, od attingere egli stesso lumi, in
modo che possa dare all'anima ciò di cui ha bisogno, e non addirittura
rifiutarle la confessione, poiché in questo modo l'espone ad un grande
pericolo e più di un'anima può abbandonare la strada sulla quale il
Signore voleva averla in modo particolare. Questa è una cosa di grande
importanza, poiché io stessa ne ho fatto l'esperienza, cioè che già
cominciavo a barcollare, nonostante questi straordinari doni di Dio. E
sebbene Dio stesso mi tranquillizzasse, tuttavia desideravo sempre avere
il sigillo della Chiesa. La seconda cosa è il fatto che il confessore non
permetta di svelare tutto sinceramente, che dimostri impazienza.
L'anima allora ammutolisce e non dice tutto e per ciò stesso non ricava
profitto, e tanto meno ricava profitto, quando capita che il confessore
cominci a sottoporre a prove l'anima; e, siccome non la conosce, invece di
giovarle, le arreca danno. E questo perché essa sa che il confessore non la
conosce, dato che non le ha permesso di svelargli completamente, sia per
quanto concerne le grazie, sia per quanto concerne la sua miseria. E per
questo motivo la prova non è appropriata. Ho avuto alcune prove, che mi
hanno fatto ridere. Esprimerò meglio lo stesso concetto con queste
parole: il confessore è il medico dell'anima; pertanto come può un
medico che non conosce la malattia prescrivere una medicina
appropriata? Nemmeno a pensarci; poiché o non avrà alcun risultato
positivo, oppure la darà troppo forte ed aggraverà la malattia e talvolta -
Dio ce ne scampi - può procurare la morte, appunto perché troppo forte.
Parlo per esperienza, dato che in certi casi mi ha trattenuto addirittura il
Signore stesso. La terza cosa è questa: capita che il confessore talvolta
faccia poco conto delle piccole cose. Non c'è nulla di piccolo nella vita
spirituale. Talvolta una cosa piccola in apparenza fa scoprire una cosa di
grande importanza, e per il confessore è un fascio di luce per la
conoscenza di un'anima. Molte sfumature spirituali si nascondono nelle
piccole cose. Non sorgerà mai un fabbricato magnifico, se gettiamo via i
mattoni piccoli. Iddio da qualche anima esige una grande purezza; per
questo le invia una più profonda conoscenza della propria miseria.
Illuminata dalla luce che viene dall'alto conosce meglio ciò che piace a
Dio, e ciò che non piace. Il peccato è secondo la conoscenza e la luce
dell'anima; lo stesso anche le imperfezioni, benché essa sappia che ciò
che riguarda strettamente il sacramento è il peccato... ma queste piccole
cose hanno una grande importanza per chi tende alla santità e non può
un confessore tener poco conto di questo. La pazienza e la mitezza del
confessore aprono la via ai più profondi segreti di un'anima: l'anima
quasi senza accorgersene svela la sua abissale profondità. E si sente più
forte e più resistente. Ora lotta più valorosamente; si dà maggiormente
da fare, poiché sa che deve renderne conto. Ricorderò ancora una cosa
per quanto riguarda il confessore. Egli deve talvolta sperimentare, deve
mettere alla prova, deve esercitare, deve conoscere se ha a che fare con
della paglia, o con del ferro, o con dell' oro puro. Ognuna di queste tre
anime ha bisogno di esercitarsi in modo particolare. Il confessore deve
necessariamente formarsi un'opinione chiara su ognuna, in modo che
sappia quello che può sopportare in determinati momenti, circostanze e
casi. Per quanto mi riguarda, in seguito, dopo molta esperienza, quando
mi resi conto di non essere compresa, non svelai più la mia anima e non
mi guastai la tranquillità. Questo però avvenne solo quando tutte queste
grazie furono sotto il giudizio di un saggio, istruito ed esperto confessore.
Ora so come comportarmi in certi casi.