sabato 7 febbraio 2015



per tutti i bambini che non hanno più la loro mamma

DIARIO DELLA 
DIVINA MISERICORDIA 
DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA

UNA PIÙ APPROFONDITA CONOSCENZA DI DIO ED IL
TERRORE DELL'ANIMA.
In principio Iddio si fa conoscere come
santità, giustizia, bontà, cioè Misericordia. L'anima non conosce tutto ciò
ad un tratto, ma in singoli momenti fra i lampi, cioè negli incontri con
Dio. E questi non durano a lungo, poiché non sopporterebbe quella luce.
Durante la preghiera l'anima percepisce un lampo di tale luce, che le
rende impossibile pregare come ha fatto fino ad allora. Può sforzarsi
quanto vuole ed imporsi di pregare come faceva prima; sarà tutto inutile.
Diviene assolutamente impossibile continuare a pregare come faceva
prima di aver ottenuto quella luce. Tale luce che ha colpito l'anima è viva
in lei e nulla può né soffocarla, né parzialmente oscurarla. Questo lampo
di conoscenza di Dio trascina la sua anima e l'infiamma d'amore per Lui.
Ma contemporaneamente quello stesso lampo fa conoscere all'anima chi
essa è e vede tutto il suo intimo in una luce superiore e si alza inorridita e
spaventata. Non rimane però in quello spavento, ma incomincia a
purificarsi, a umiliarsi, ad abbassarsi davanti al Signore e quelle luci sono
più forti e più frequenti; quanto più l'anima diventa limpida come il
cristallo, tanto più quelle luci sono penetranti. Tuttavia se l'anima ha
risposto fedelmente e con decisione a queste prime grazie, Iddio ricolma
l'anima con le Sue consolazioni, si dona a lei in modo sensibile. L'anima a
momenti entra quasi in rapporti di intimità con Dio e gioisce
enormemente; ritiene di aver già raggiunto il grado stabilito di
perfezione, poiché gli errori ed i difetti sono assopiti in lei, ed essa pensa
che non ci siano più. Niente le sembra difficile, è preparata a tutto.
Comincia ad immergersi in Dio ed a gustare le delizie del Signore. E
trascinata dalla grazia, e non si rende affatto conto di ciò, del fatto che
può arrivare il tempo della prova e della lotta. Ed in realtà questo stato
non dura a lungo. Verranno altri momenti, ma debbo ricordare che
l'anima risponde più fedelmente alla grazia di Dio, se ha un confessore
illuminato ed al quale confida tutto.
Prove inviate da Dio ad un'anima a Lui particolarmente cara.
Tentazioni e tenebre. Satana.
L'amore di quell'anima non è ancora tale quale lo desidera Iddio. L'anima
improvvisamente perde la presenza di Dio. Si manifestano in essa diversi
errori e difetti, coi quali deve ingaggiare una lotta accanita. Tutti gli
errori sollevano il capo, ma la sua vigilanza è grande. Al posto della
precedente presenza di Dio è subentrata l'aridità e la siccità spirituale:
non prova gusto nelle pratiche di pietà; non può pregare, né come prima,
né come prega adesso. Si butta da ogni parte e non trova soddisfazione.
Dio si è nascosto a lei ed essa non trova soddisfazione nelle creature e
nessuna creatura sa confortarla. L'anima desidera Iddio
appassionatamente, ma vede la propria miseria, comincia a sentire la
giustizia di Dio. Vede come se avesse perso tutti i doni di Dio: la sua
mente è come annebbiata; il buio investe tutta la sua anima; comincia un
tormento inconcepibile. L'anima ha cercato di descrivere lo stato della
propria anima al confessore, ma non è stata compresa. Sprofonda in
un'inquietudine ancora maggiore. Satana dà inizio alla sua opera. La fede
rimane esposta al fuoco. La battaglia qui è accanita. L'anima compie
sforzi; persevera accanto a Dio con l'impegno della volontà. Satana, col
permesso di Dio, si spinge ancora più avanti; la speranza e l'amore sono
alla prova. Queste tentazioni sono tremende! Dio sostiene l'anima come
di nascosto - questo lei non lo sa - poiché diversamente non potrebbe
resistere. E Dio sa quello che può inviare ad un'anima. L'anima è tentata
di incredulità riguardo alle verità rivelate, di insincerità di fronte al
confessore. Satana le dice: « Guarda, nessuno ti capirà; a che scopo
parlare di tutto questo? ». Nelle sue orecchie risuonano parole, da cui
essa è terrorizzata e le sembra di pronunciarle contro Dio. Vede cose che
non vorrebbe vedere. Sente cose che non vorrebbe sentire. Ed è una cosa
tremenda in quei momenti non avere un confessore esperto; sopporta da
sola tutto il peso. Ma per quanto è in suo potere dovrebbe procurarsi un
confessore illuminato, poiché può spezzarsi sotto tale peso e spesso si
trova sull'orlo dell'abisso! Tutte queste prove sono pesanti e difficili, ed
Iddio non le manda ad un anima che in precedenza non sia stata
ammessa ad un più profondo rapporto con Lui e che non abbia gustato le
dolcezze del Signore, ed anche in questo Dio ha i suoi scopi insondabili
per noi. Spesso Iddio in modo analogo prepara le anime per scopi futuri,
per grandi imprese, e le vuole provare come oro puro. Ma questa non è
ancora la fine della prova. C'è ancora la prova delle prove, cioè il rigetto
totale da parte di Dio.

domenica 1 febbraio 2015

Conferenza Episcopale Italiana

MESSAGGIO
PER LA 37a GIORNATA NAZIONALE
PER LA VITA
(1° febbraio 2015)

SOLIDALI PER LA VITA

«I bambini e gli anziani costruiscono il futuro dei popoli; i bambini perché porteranno avanti la storia, gli anziani perché trasmettono l'esperienza e la saggezza della loro vita». Queste parole ricordate da Papa Francesco[1] sollecitano un rinnovato riconoscimento della persona umana e una cura più adeguata della vita, dal concepimento al suo naturale termine. È l’invito a farci servitori di ciò che “è seminato nella debolezza” (1 Cor 15,43), dei piccoli e degli anziani, e di ogni uomo e ogni donna, per i quali va riconosciuto e tutelato il diritto primordiale alla vita[2].
Quando una famiglia si apre ad accogliere una nuova creatura, sperimenta nella carne del proprio figlio “la forza rivoluzionaria della tenerezza”[3] e in quella casa risplende un bagliore nuovo non solo per la famiglia, ma per l’intera società. 
Il preoccupante declino demografico che stiamo vivendo è segno che soffriamo l’eclissi di questa luce. Infatti, la denatalità avrà effetti devastanti sul futuro: i bambini che nascono oggi, sempre meno, si ritroveranno ad essere come la punta di una piramide sociale rovesciata, portando su di loro il peso schiacciante delle generazioni precedenti. Incalzante, dunque, diventa la domanda: che mondo lasceremo ai figli, ma anche a quali figli lasceremo il mondo?
Il triste fenomeno dell’aborto è una delle cause di questa situazione, impedendo ogni anno a oltre centomila[4] esseri umani di vedere la luce e di portare un prezioso contributo all’Italia. Non va, inoltre, dimenticato che la stessa prassi della fecondazione artificiale, mentre persegue il diritto del figlio ad ogni costo, comporta nella sua metodica una notevole dispersione di ovuli fecondati, cioè di esseri umani, che non nasceranno mai.
Il desiderio di avere un figlio è nobile e grande; è come un lievito che fa fermentare la nostra società, segnata dalla “cultura del benessere che ci anestetizza”[5] e dalla  crisi economica che pare non finire. Il nostro paese non può lasciarsi rubare la fecondità.
È un investimento necessario per il futuro assecondare questo desiderio che è vivo in tanti uomini e donne. Affinché questo desiderio non si trasformi in pretesa occorre aprire il cuore anche ai bambini già nati e in stato di abbandono. Si tratta di facilitare i percorsi di adozione e di affido che sono ancora oggi eccessivamente carichi di difficoltà per i costi, la burocrazia  e, talvolta, non privi di amara solitudine. Spesso sono coniugi che soffrono la sterilità biologica e che si preparano a divenire la famiglia di chi non ha famiglia, sperimentando “quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita” (Mt 7,14).
La solidarietà verso la vita – accanto a queste strade e alla lodevole opera di tante associazioni – può aprirsi anche a forme nuove e creative di generosità, come una famiglia che adotta una famiglia. Possono nascere percorsi di prossimità nei quali una mamma che aspetta un bambino può trovare una famiglia, o un gruppo di famiglie, che si fanno carico di lei e del nascituro, evitando così il rischio dell’aborto al quale, anche suo malgrado, è orientata.
Una scelta di solidarietà per la vita che, anche dinanzi ai nuovi flussi migratori, costituisce una risposta efficace al grido che risuona sin dalla genesi dell’umanità: “dov’è tuo fratello?”(cfr. Gen 4,9). Grido troppo spesso soffocato, in quanto, come  ammonisce Papa Francesco “in questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro![6].
La fantasia dell’amore può farci uscire da questo vicolo cieco inaugurando un nuovo umanesimo: «vivere fino in fondo ciò che è umano (…) migliora il cristiano e feconda la città»[7]. La costruzione di questo nuovo umanesimo è la vera sfida che ci attende e parte dal sì alla vita.


Roma, 7 ottobre 2014
Memoria della Beata Vergine del Rosario


                                                                                 Il Consiglio Permanente
                                                                     della Conferenza Episcopale Italiana




[1] Papa Francesco, Viaggio Apostolico a Rio de Janeiro in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della gioventù. Angelus,  Venerdì 26 luglio 2013.
[2] Cfr. Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla Federazione Internazionale delle Associazioni dei medici cattolici, Venerdì 20 settembre 2013.
[3] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, 288.
[4] Cfr. relazione del Ministro della Salute al Parlamento Italiano del 13 settembre 2013.
[5] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, 54.
[6] Papa Francesco, Visita a Lampedusa. Omelia presso il campo sportivo "Arena" in Località Salina, 8 luglio 2013.
[7] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, 75. 

sabato 31 gennaio 2015




CANTO A TE, SIGNORE!

Cristo, mia dolce rovina, gioia e tormento insieme tu sei.
Impossibile amarti impunemente.
Dolce rovina, Cristo, che rovini in me tutto ciò che non è  amore,
impossibile amarti senza pagarne il prezzo in moneta di vita!
Impossibile amarti e non cambiare vita
e non gettare dalle braccia il vuoto
e non accrescere gli orizzonti che respiriamo
Padre  David Maria Turoldo

venerdì 30 gennaio 2015

DIARIO DELLA 
DIVINA MISERICORDIA 
DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA


RIASSUNTO DEL CATECHISMO DEI VOTI RELIGIOSI.
D. Che cos'è il voto?
R. È una promessa volontaria fatta a Dio di eseguire un'azione più perfetta
D. E da ritenere obbligatorio un voto in materia già prescritta da un comandamento?
R. Sì. L'esecuzione di un'azione in cose prescritte da un comandamento
ha doppio valore e merito, ma la sua omissione è una doppia trasgressione
e cattiveria, poiché se s'infrange il voto, al peccato contro il comandamento
si aggiunge il peccato di sacrilegio.
D. Perché i voti religiosi hanno un valore così grande?
R.Perché costituiscono il fondamento della vita religiosa, approvata dalla
Chiesa, in cui i membri, uniti in una comunità religiosa, s'impegnano a
tendere incessantemente alla perfezione, per mezzo dei tre voti religiosi
di povertà, castità e obbedienza, emessi secondo le regole.
D. Che cosa significa tendere alla perfezione?
R. Tendere alla perfezione significa che lo stato religioso in sé non solo
esige che venga raggiunta la perfezione, ma obbliga sotto pena di peccato
ad un impegno quotidiano per la sua conquista.
E pertanto il religioso che non intende giungere alla perfezione trascura
il principale dovere del proprio stato.
D. Che cosa sono i voti religiosi solenni?
R. I voti religiosi solenni sono così vincolanti
che, in casi eccezionali, solo il Santo Padre può dispensare da essi.
D. Che cosa sono i voti semplici?
R. Sono voti meno vincolanti; dai perpetui e dagli annuali dispensa la Santa Sede.
D. Qual è la differenza fra il voto e la virtù?
R. il voto comprende soltanto ciò che è prescritto sotto pena di
peccato; la virtù invece tende più verso l'alto e facilita l'osservanza del
voto, e al contrario, infrangendo il voto, si vien meno anche alla virtù e la
si ferisce.
D. Che obblighi impongono i voti religiosi?
R. I voti religiosi impongono l'obbligo di impegnarsi per il conseguimento delle virtù e
della totale sottomissione ai Superiori ed alle Regole, in base alla quale si
consegna la propria persona a vantaggio dell'ordine, rinunciando a tutti i
diritti su di essa e sulle sue attività, che dedica al servizio di Dio.
IL VOTO DI POVERTA’. Il voto di povertà è una rinuncia volontaria al
diritto di proprietà od al suo uso, per amore del Signore.
D. Quali oggetti riguarda il voto di povertà?
R. Tutti i beni ed oggetti che appartengono alla Congregazione.
Su ciò che abbiamo consegnato, cose o denaro, dopo la loro accettazione,
non si ha più alcun diritto. Tutte le regalie od i doni
che talvolta si possono ricevere a titolo di riconoscenza od altro, per
diritto appartengono alla Congregazione. Ogni entrata per lavoro od
anche le rendite, non possono essere usate senza violare il voto.
D. Quando s'infrange o si viola il voto in ciò che riguarda il settimo
comandamento?
R. S'infrange quando, senza permesso, si prende per sé
o per qualcun altro una cosa che appartiene alla casa. Quando senza
permesso si trattiene presso di sé qualche cosa al fine di
impossessarsene. Quando senza autorizzazione si vende o si cambia
qualche cosa di proprietà della Congregazione. Quando una data cosa la
si usa per uno scopo diverso da quello al quale l'aveva destinata il
superiore. Quando in genere si dà qualche cosa o la si prende senza
permesso. Quando per negligenza si rovina o si guasta qualche cosa.
Quando trasferendosi da una casa ad un'altra si porta via qualche cosa
senza permesso. Nei casi in cui s'infranga il voto di povertà, il religioso è
tenuto egualmente alla restituzione nei confronti della Congregazione.
LA VIRTÙ DELLA POVERTÀ. È la virtù evangelica che impegna il
cuore a distaccarsi dall'affetto per i beni temporali, cosa alla quale il
religioso è strettamente tenuto in virtù della professione.
D. Quando si pecca contro la virtù della povertà?
R. Quando si desiderano cose contrarie a tale virtù.
Quando ci si attacca a qualche oggetto, quando si fa
uso di cose superflue.
D. Quanti e quali sono i gradi della povertà?
R. In pratica nella professione religiosa i gradi della povertà sono quattro. Non
disporre di nulla senza dipendere dai superiori (stretta materia del voto).
Evitare il superfluo, accontentarsi delle cose necessarie (costituisce
virtù). Propendere volentieri per le cose più vili e ciò con soddisfazione
interiore - come la cella, l'abbigliamento, il vitto, ecc. Gioire
dell'indigenza.
IL VOTO DI CASTITÀ.
D. A che cosa obbliga questo voto?
R. A rinunciare al matrimonio e ad evitare tutto ciò che è proibito dal sesto e
dal nono comandamento.
D. La mancanza contro la virtù è una violazione del voto?
R. Ogni mancanza contro la virtù è contemporaneamente una violazione del voto,
perché qui non c'è differenza fra il voto e la virtù, come invece per la povertà e l'obbedienza.
D. Ogni pensiero cattivo è peccato?
R. Non ogni pensiero cattivo è peccato, ma lo diviene quando alla riflessione
dell'intelletto si unisce il compiacimento della volontà ed il consenso.
D. Oltre ai peccati contrari alla castità, c'è qualche cosa, che arreca danno alla virtù?
R. Arrecano danno alla virtù la libertà dei sensi, la libertà della fantasia e la libertà dei
sentimenti, la familiarità e le amicizie troppo tenere.
D. Quali sono i sistemi per conservare la virtù?
R. Vincere le tentazioni interiori con la presenza di Dio ed inoltre lottando senza paura. Le tentazioni esterne invece, col fuggire le occasioni. In genere sono sette i metodi principali. Il
primo è la custodia dei sensi, poi la fuga delle occasioni, evitare l'ozio,
allontanare sollecitamente le tentazioni, evitare qualsiasi amicizia
specialmente quelle particolari, coltivare lo spirito di mortificazione,
rivelare le tentazioni al confessore. Ci sono inoltre cinque mezzi per
conservare la virtù: l'umiltà, lo spirito di preghiera, l'osservanza della
modestia, la fedeltà alla regola, una sincera devozione alla SS.ma Vergine
Maria.
IL VOTO DELL'OBBEDIENZA.
Il voto dell'obbedienza è superiore ai primi due, dato che esso in realtà costituisce un'offerta totale, un olocausto, ed è il più necessario perché forma e mantiene in vita tutta la
struttura religiosa.
D. A che cosa obbliga il voto di obbedienza?
R. Il religioso col voto di obbedienza s'impegna davanti a Dio ad ubbidire al
legittimi superiori, in tutto ciò che gli comanderanno in forza della
regola. Il voto di obbedienza rende il religioso soggetto al superiore in
virtù della regola per tutta la vita e in tutte le questioni. Il religioso
commette peccato grave contro il voto, ogni volta che non ubbidisce ad
un ordine dato in virtù dell'obbedienza o della regola.
LA VIRTU’ DELL'OBBEDIENZA.
La virtù dell'obbedienza arriva più in alto del voto, comprende la regola,
le disposizioni e anche i consigli dei superiori.
D. La virtù dell'obbedienza è necessaria al religioso?
R. La virtù dell'obbedienza è così necessaria al religioso che, anche se agisse
positivamente andando contro l'obbedienza, le sue azioni diverrebbero
cattive o senza merito.
D. Si può peccare gravemente contro la virtù dell'obbedienza?
R. Si pecca gravemente quando si disprezza l'autorità o
l'ordine del superiore. Quando dalla disobbedienza deriva un danno
spirituale o materiale alla Congregazione.
D. Quali mancanze mettono in pericolo il voto?
R. I preconcetti e l'antipatia verso il superiore, la mormorazione e le critiche;
l'infingardaggine e la trascuratezza.
I GRADI DELL'OBBEDIENZA.
Esecuzione sollecita e totale.
Obbedienza della volontà, quando la volontà induce l'intelletto a
sottomettersi all'opinione del superiore.
Sant'Ignazio dà tre metodi che facilitano l'obbedienza:
Vedere sempre Iddio nel superiore, chiunque egli sia.
Giustificare dentro di sé l'ordine o l'opinione del superiore.
Accettare ogni ordine come se venisse dal Signore, senza discutere e senza pensarci
su. Il mezzo generale poi è l'umiltà. Niente è difficile per l'umile.
Signore mio, infiamma il mio amore per Te, affinché fra le tempeste, le sofferenze
e le prove, il mio spirito non venga meno. Vedi quanto sono debole.

L'amore può tutto.

mercoledì 28 gennaio 2015



MARIA REGINA DELLA PACE

MEDJUGORJE

Messaggio del 25 Gennaio 2015 

"Cari figli! Anche oggi vi invito:  vivete nella preghiera la vostra vocazione. Adesso, come mai prima, Satana desidera soffocare con il suo vento contagioso dell’odio e dell’inquietudine l’uomo e la sua anima. In tanti cuori non c’è gioia perché non c’è Dio né la preghiera. L’odio e la guerra crescono di giorno in giorno. Vi invito, figlioli, iniziate di nuovo con entusiasmo il cammino della santità e dell’amore perché io sono venuta in mezzo a voi per questo. Siamo insieme amore e perdono per tutti coloro che sanno e vogliono amare soltanto con l’amore umano e non con quell’immenso amore di Dio al quale Dio vi invita. Figlioli, la speranza in un domani migliore sia sempre nel vostro cuore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

martedì 20 gennaio 2015

DIARIO DELLA 
DIVINA MISERICORDIA 
DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA

Wilno, 2.VIII.1934. Venerdì, dopo la S. Comunione, venni trasportata
in ispirito davanti al trono di Dio. Davanti al trono di Dio vidi le Potenze
celesti, che adorano Dio incessantemente. Al di là del trono vidi uno
splendore inaccessibile alle creature; vi entra soltanto il Verbo Incarnato,
come Mediatore. Quando Gesù penetrò in quello splendore, sentii queste
parole: “Scrivi subito quello che ascolti: sono il Signore nella
Mia Essenza e non conosco imposizioni né bisogni. Se chiamo
delle creature alla vita, questo è per l'abisso della Mia
Misericordia”. In quello stesso momento mi vidi nella nostra cappella
come prima, nel mio inginocchiatoio; la S. Messa era terminata; queste
parole le trovai già scritte. Allorché vidi quanto il mio confessore doveva
soffrire a causa di quest'opera, che Iddio suo tramite sta mandando
avanti, mi spaventai per un momento e dissi al Signore: Gesù, dopotutto
quest'impresa è Tua e perché ti comporti così con lui, sembra quasi che
gliela ostacoli, mentre esigi che la attui? “Scrivi che giorno e notte il
Mio sguardo riposa su di lui e che permetto queste contrarietà
per aumentare i suoi meriti. Io do la ricompensa non per il
risultato positivo, ma per la pazienza e la fatica sopportata per
Me ».
Wilno, 26.X.1934. Venerdì, mentre dall'orto andavo a cena con le
educande, erano le sei meno dieci, vidi Gesù sulla nostra cappella, con lo
stesso aspetto di quando L'avevo visto la prima volta: così come è dipinto
in questa immagine. I due raggi, che uscivano dal Cuore di Gesù,
coprirono la nostra cappella e l'infermeria e poi tutta la città e si estesero
sul mondo intero. Ciò durò forse circa quattro minuti e poi scomparve.
Anche una delle figliole, che era assieme a me un po dietro alle altre, vide
quei raggi, ma non vide Gesù e non vide da dove uscivano i raggi. Rimase
molto impressionata e lo raccontò alle altre ragazze. Le ragazze
cominciarono a ridere di lei dicendole che le era sembrato di vedere
qualcosa e forse era una luce proveniente da un aereo, ma essa rimase
saldamente ferma sulla propria opinione e disse che mai in vita sua aveva
visto raggi di quel genere. Dato che le ragazze le obiettarono anche che
forse quello era un riflettore, essa allora rispose che conosceva la luce dei
riflettori. « Raggi così non ne avevo visti mai ». Quella ragazza dopo cena
si rivolse a me e mi disse che quei raggi l'avevano talmente
impressionata, che non riusciva a darsi pace: « Continuamente ne avrei
parlato »; eppure non aveva visto Gesù. E mi ricordava continuamente
quei raggi, mettendomi così in un certo imbarazzo, dato che non potevo
dirle di aver visto Gesù. Pregai per questa cara anima, perché il Signore le
concedesse le grazie di cui aveva tanto bisogno. Il mio cuore si rallegrò,
perché Gesù stesso si fa conoscere nella Sua opera. Benché abbia avuto
per questo motivo grandi dispiaceri, tuttavia per Gesù si può sopportare
tutto. Quando andai all'adorazione, sentii la vicinanza di Dio. Dopo un
momento vidi Gesù e Maria. Quella visione riempì la mia anima di gioia e
chiesi al Signore: Quale è, Gesù, la Tua volontà in questa questione, sulla
quale il confessore mi ordina di interpellarTi? Gesù mi rispose: « E Mia
volontà che stia qui e che non si licenzi ». E domandai a Gesù se
andava bene la scritta: « Cristo, Re di Misericordia ».
Gesù mi rispose: «Sono Re di Misericordia », e non disse: « Cristo ». 
« Desidero che questa immagine venga esposta al pubblico la prima 
domenica dopo Pasqua. Tale domenica è la festa della Misericordia.
Attraverso il Verbo Incarnato faccio conoscere l'abisso della
Mia Misericordia ». Avvenne in modo mirabile! Come il Signore aveva
chiesto, il primo tributo di venerazione per questa immagine da parte
della folla ebbe luogo una prima domenica dopo Pasqua. Per tre giorni
quest'immagine fu esposta al pubblico e fu oggetto della pubblica
venerazione. Era stata sistemata ad Ostra Brama su di una finestra in
alto, per questo era visibile da molto lontano. Ad Ostra Brama venne
celebrato un triduo solenne a chiusura del Giubileo della Redenzione del
Mondo, per il 19° centenario della Passione del Salvatore. Ora vedo che
l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia
richiesta dal Signore. Un certo giorno vidi interiormente quanto dovrà
soffrire il mio confessore. Gli amici ti abbandoneranno e tutti ti
contrasteranno e le forze fisiche diminuiranno. Ti ho visto come un
grappolo d'uva, scelto dal Signore e gettato sotto il torchio delle
sofferenze. In certi momenti, padre, la tua anima sarà piena di dubbi per
quanto riguarda quest'opera e me. E vidi come se Iddio stesso gli fosse
contrario e domandai al Signore perché si comportasse così con lui, come
se gli rendesse difficile quello che ordina. Ed il Signore disse: « Mi
comporto così con lui, per far comprendere che quest'opera è
Mia. Digli che non abbia paura di nulla. Il Mio sguardo è
rivolto giorno e notte su di lui. Nella sua corona ci saranno
tante corone quante sono le anime che si salveranno tramite
quest'opera. Io do il premio per le sofferenze, non per il buon
esito nel lavoro ». O mio Gesù, Tu solo sai quante persecuzioni sto
sopportando per il fatto che Ti sono fedele e che mi attengo decisamente
alle Tue richieste. Tu sei la mia forza; sostienimi, affinché possa sempre
fedelmente adempiere tutto quello che richiedi da me. Io da sola non
sono capace di nulla, ma se Tu mi sostieni, tutte le difficoltà non contano
niente. O Signore, vedo bene che la mia vita, dal primo momento in cui la
mia anima ricevette la capacità di conoscerTi, è una lotta incessante e
sempre più accanita. Ogni mattina durante la meditazione mi preparo
alla lotta per tutto il giorno e la S. Comunione mi dà la sicurezza che
vincerò e così avviene. Ho paura di quel giorno in cui non ho la S.
Comunione. Questo Pane dei Forti mi dà ogni energia per portare avanti
quest'opera ed ho il coraggio di eseguire tutto quello che richiede il
Signore. Il coraggio e l'energia, che sono dentro di me, non sono miei, ma
di Chi abita in me: l'Eucaristia. O Gesù mio, quanto sono grandi le
incomprensioni! Talvolta, se non ci fosse l'Eucaristia, non avrei il
coraggio di proseguire sulla strada che mi hai indicato. L'umiliazione è il
mio cibo quotidiano. È logico che la promessa sposa si adorni con ciò che
interessa al suo promesso Sposo, perciò la veste dello scherno che ha
coperto Lui, deve coprire anche me. Nei momenti in cui soffro molto,
cerco di tacere poiché non mi fido della lingua, che in quei momenti è
propensa a parlare di sé, ed invece deve servirmi per lodare Iddio per i
tanti benefici e doni che mi ha elargito. Quando ricevo Gesù nella S.
Comunione Lo prego ardentemente perché si degni di guarire la mia
lingua, in modo che con essa non offenda né Iddio, né il prossimo.
Desidero che la mia lingua lodi Dio incessantemente. Grandi colpe si
commettono con la lingua. Un'anima non può giungere alla santità, se

non tiene a freno la propria lingua.

domenica 18 gennaio 2015




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MONDIALE
DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2015

“Chiesa senza frontiere, Madre di tutti”

Cari fratelli e sorelle!

Gesù è «l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 209). La sua sollecitudine, particolarmente verso i più vulnerabili ed emarginati, invita tutti a prendersi cura delle persone più fragili e a riconoscere il suo volto sofferente, soprattutto nelle vittime delle nuove forme di povertà e di schiavitù. Il Signore dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36). Missione della Chiesa, pellegrina sulla terra e madre di tutti, è perciò di amare Gesù Cristo, adorarlo e amarlo, particolarmente nei più poveri e abbandonati; tra di essi rientrano certamente i migranti ed i rifugiati, i quali cercano di lasciarsi alle spalle dure condizioni di vita e pericoli di ogni sorta. Pertanto, quest’anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ha per tema: Chiesa senza frontiere, madre di tutti.

In effetti, la Chiesa allarga le sue braccia per accogliere tutti i popoli, senza distinzioni e senza confini e per annunciare a tutti che «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù ha affidato ai discepoli la missione di essere suoi testimoni e di proclamare il Vangelo della gioia e della misericordia. Nel giorno di Pentecoste, con coraggio ed entusiasmo, essi sono usciti dal Cenacolo; la forza dello Spirito Santo ha prevalso su dubbi e incertezze e ha fatto sì che ciascuno comprendesse il loro annuncio nella propria lingua; così fin dall’inizio la Chiesa è madre dal cuore aperto sul mondo intero, senza frontiere. Quel mandato copre ormai due millenni di storia, ma già dai primi secoli l’annuncio missionario ha messo in luce la maternità universale della Chiesa, sviluppata poi negli scritti dei Padri e ripresa dal Concilio Ecumenico Vaticano II. I Padri conciliari hanno parlato di Ecclesia mater per spiegarne la natura. Essa infatti genera figli e figlie e «li incorpora e li avvolge con il proprio amore e con le proprie cure» (Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 14).

La Chiesa senza frontiere, madre di tutti, diffonde nel mondo la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, secondo la quale nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare. Se vive effettivamente la sua maternità, la comunità cristiana nutre, orienta e indica la strada, accompagna con pazienza, si fa vicina nella preghiera e nelle opere di misericordia.

Oggi tutto questo assume un significato particolare. Infatti, in un’epoca di così vaste migrazioni, un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso viaggio della speranza con un bagaglio pieno di desideri e di paure, alla ricerca di condizioni di vita più umane. Non di rado, però, questi movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. In tal caso, sospetti e pregiudizi si pongono in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà
lo straniero bisognoso.

Da una parte si avverte nel sacrario della coscienza la chiamata a toccare la miseria umana e a mettere in pratica il comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dall’altra, però, a causa della debolezza della nostra natura, «sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore»
(Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Il coraggio della fede, della speranza e della carità permette di ridurre le distanze che separano dai drammi umani. Gesù Cristo è sempre in attesa di essere riconosciuto nei migranti e nei rifugiati, nei profughi e negli esuli, e anche in questo modo ci chiama a condividere le risorse, talvolta a rinunciare a qualcosa del nostro acquisito benessere. Lo ricordava il Papa Paolo VI, dicendo che «i più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri»
Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 23).

Del resto, il carattere multiculturale delle società odierne incoraggia la Chiesa ad assumersi nuovi impegni di solidarietà, di comunione e di evangelizzazione. I movimenti migratori, infatti, sollecitano ad approfondire e a rafforzare i valori necessari a garantire la convivenza armonica tra persone e culture. A tal fine non può bastare la semplice tolleranza, che apre la strada al rispetto delle diversità e avvia percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti. Qui si innesta la vocazione della Chiesa a superare le frontiere e a favorire «il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione ... ad un atteggiamento che abbia alla base la ‘cultura dell’incontro’, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).
I movimenti migratori hanno tuttavia assunto tali dimensioni che solo una sistematica e fattiva collaborazione che coinvolga gli Stati e le Organizzazioni internazionali può essere in grado di regolarli efficacemente e di gestirli. In effetti, le migrazioni interpellano tutti, non solo a causa dell’entità del fenomeno, ma anche «per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che sollevano, per le sfide drammatiche che pongono
alle comunità nazionali e a quella internazionale»
(Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 62).

Nell’agenda internazionale trovano posto frequenti dibattiti sull’opportunità, sui metodi e sulle normative per affrontare il fenomeno delle migrazioni. Vi sono organismi e istituzioni, a livello internazionale, nazionale e locale, che mettono il loro lavoro e le loro energie al servizio di quanti cercano con l’emigrazione una vita migliore. Nonostante i loro generosi e lodevoli sforzi, è necessaria un’azione più incisiva ed efficace, che si avvalga di una rete universale di collaborazione, fondata sulla tutela della dignità e della centralità di ogni persona umana. In tal modo, sarà più incisiva la lotta contro il vergognoso e criminale traffico di esseri umani, contro la violazione dei diritti fondamentali, contro tutte le forme di violenza, di sopraffazione e di riduzione in schiavitù. Lavorare insieme, però, richiede reciprocità e sinergia, con disponibilità e fiducia, ben sapendo che «nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento
di immigrazione e di emigrazione»
(Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Nel medesimo tempo, occorre intensificare gli sforzi per creare le condizioni atte a garantire una progressiva diminuzione delle ragioni che spingono interi popoli a lasciare la loro terra natale a motivo di guerre e carestie, spesso l’una causa delle altre.

Alla solidarietà verso i migranti ed i rifugiati occorre unire il coraggio e la creatività necessarie a sviluppare a livello mondiale un ordine economico-finanziario più giusto ed equo insieme ad un accresciuto impegno in favore della pace, condizione indispensabile di ogni autentico progresso.


Cari migranti e rifugiati! Voi avete un posto speciale nel cuore della Chiesa, e la aiutate ad allargare le dimensioni del suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana. Non perdete la vostra fiducia e la vostra speranza! Pensiamo alla santa Famiglia esule in Egitto: come nel cuore materno della Vergine Maria e in quello premuroso di san Giuseppe si è conservata la fiducia che Dio mai abbandona, così in voi non manchi la medesima fiducia nel Signore. Vi affido alla loro protezione e a tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica