martedì 9 settembre 2014





SI RIAPRE LA CHIESA… ED È SUBITO FESTA!

Se secondo il pensiero comune, per ottenere risultati significativi ed adeguati alle aspettative occorre essere testardi e tenaci anche oltre il limite umanamente  accettabile,  per noi cristiani  queste qualità hanno un nome e un’ origine ben diversa: queste ed altre qualità sono compendiate nel concetto di Amore;  è la forza dell’amore che permette di portare a termine ciò che si è cominciato; è il credere in ciò che si fa e che si ama al punto tale da immergersi completamente e totalmente nell’opera che si intende portare avanti, senza temere spreco di energie, di tempo e di impegno;  è il lavorare con amore e per amore la strategia vincente: amore per le cose di Dio, in questo caso,  amore per le persone che Dio ama, amore per tutto ciò che riguarda l’uomo e Dio.
La forza dell’amore è coinvolgente, ti trascina  e non ti dà tregua, ti rende inquieto finchè i tuoi occhi non potranno vedere ciò che il cuore ha già intravisto, perché  il cuore ha il dono speciale di ammirare estasiato, stupito, ciò che le mani non hanno ancora realizzato: l’opera delle mani, infatti, non fa altro che realizzare il progetto che il cuore ha già pianificato.
È questa la forza che ha permesso a don Giuseppe di Perna, parroco di San Mauro Forte, di portare a buon fine tutte le opere di restauro e di ristrutturazione delle Chiese presenti nella parrocchia, in un arco di circa 10 anni.
Alla ricchezza del patrimonio artistico presente nella parrocchia faceva riscontro, infatti, uno stato davvero pessimo di conservazione, nonostante la cura premurosa dei custodi che hanno avuto un’attenzione speciale per tutto quanto contenuto nelle Chiese a loro affidate; ciononostante, non è bastato conservare i suppellettili e gli ornamenti e quant’altro faceva  parte dell’arredo del luogo,  il tempo e i fattori sia endogeni che esogeni hanno inciso fortemente sulla loro bellezza e sulla loro resistenza strutturale.
Occorreva un recupero particolarmente profondo oltre che professionale, perché tutto fosse rivalutato e valorizzato per quel che realmente meritava.
Ed è così che don Giuseppe ha cominciato a riportare alla luce oggetti meravigliosi, affreschi, tele e statue di artisti di grande fama,  ha attivato lavori di ristrutturazione e di recupero di quanto conservato nelle varie chiese del paese ed ha tirato fuori una bellezza che incanta anche lo sguardo meno esperto o più superficiale.  La riapertura della Chiesa dell’Annunziata, avvenuta il 3 agosto scorso, ultima, in ordine di tempo, delle chiese ristrutturate,  ha suscitato oltre che stupore una particolare ed intensa emozione nel cuore dei sammauresi, per il rapporto speciale che essi hanno con questo luogo sacro e per quella lunga attesa che i lavori hanno richiesto: una stupenda struttura risalente alla metà del Quattrocento ad opera dei frati francescani capace, ancora oggi, di suscitare e rafforzare sentimenti di fede; è lì che il popolo respira la fede, vive la fede, sente la fede viva di coloro che con particolare amore hanno innalzato a Dio l’opera più bella delle loro mani, permettendo a Lui di restare con noi e fra noi, per sempre.
Ed era quanto mai opportuna la sottolineatura del parroco, nel discorso di resoconto dei lavori, che le nostre chiese non sono e non devono diventare ‘’musei’’ , luoghi in cui ammirare soltanto la bellezza culturale ed artistica, ma nell’ammirare l’opera dell’uomo occorre sempre leggere lo scopo che ha spinto la mano dell’artista nel realizzare tanta bellezza: dar lode a Dio, realizzando per Lui quanto di più grande, di più bello, di più maestoso l’estro umano, dono di Dio,  possa concretizzare su questa terra.  
Il popolo sammaurese questo lo sa molto bene, per questo ha contribuito in vari modi agli interventi di recupero delle varie chiese, pur nella situazione di grave crisi economica che sta caratterizzando questi nostri tempi.
Un popolo cristiano sa che la chiesa rappresenta il luogo della sua identità religiosa, è il luogo di fede per eccellenza; privata delle chiese la vita di un popolo si impoverisce drammaticamente, perché  la vera povertà, lo sappiamo, non è quella di tipo economica ma quella spirituale. Un popolo cristiano consapevole di questo è disposto a rinunciare a tutto, anche ai viveri di prima necessità, se necessario, pur di non far mancare il luogo in cui Dio si rende presente  in mezzo a loro.
Un popolo cristiano sa riconoscere la vera Ricchezza e la vera Bellezza.
Ecco perché nessun sacrificio è mai abbastanza se speso per amore di Dio.
E di sacrifici nonché di  fatica don Giuseppe ne ha davvero fatta tanta in questi anni: l’amore che si fa impegno richiede anche tanta fatica per individuare le strade  preposte al recupero di cui ci si fa carico, per coinvolgere le persone  addette ai lavori e tutti coloro che a vario titolo possono collaborare nella buona riuscita del lavoro.
Certo, bisogna amare davvero tanto per riuscire ad interloquire con tanti, soprattutto con coloro che sanno capire la bellezza e il valore dell’arte, ma faticano a comprendere la bellezza e il valore della fede.
Quando si ha a che fare con luoghi e  opere sacre è chiesto al professionista un valore aggiunto: una delicatezza in più, non tanto per il valore artistico delle opere  che manipolano quanto per ciò che esse rappresentano.  E don Giuseppe non fa certo sconti su questo! Il suo esigere il meglio è conseguenza di un amore e di un’attenzione grande a tutto ciò che riguarda il rapporto dell’uomo con Dio.
La riapertura di una chiesa, dunque, è sempre motivo di festa e di giubilo da parte della popolazione, che riacquista e si riappropria di un pezzo della sua storia di cui ogni luogo sacro è impregnato.
La cerimonia è stata solennizzata dalla presenza di S. E. Mons. Orofino, vescovo della diocesi di Tricarico, il quale ha presenziato la cerimonia stessa, iniziata presso la Chiesa Madre e proseguita lungo la strada principale che da essa porta alla Chiesa dell’Annunziata; qui il vescovo ha aperto ufficialmente le porte ed ha concelebrato la S. Messa con il parroco, don Mimmo Ozza, don Giovanni Trolio, don Vincenzo Cantore, don Gaetano Grippo… , alla presenza delle autorità civili e militari del posto.
Nella lunga lista dei ringraziamenti, don Giuseppe ha ripercorso le tappe principali di questo quasi decennale percorso; tante le persone da ricordare e da ringraziare:  a cominciare dal sindaco  della passata amministrazione locale,  nella persona del rag. Franco Diluca, che ha dato inizio ai lavori contribuendo alla messa in sicurezza del tetto gravemente pericolante; un ruolo fondamentale è stato anche quello dell’allora assessore regionale Giovanni Rondinone, grazie al cui impegno è stato possibile disporre di un fondo regionale per i lavori strutturali interni ed esterni; anche la diocesi ha fatto la sua parte, ma soprattutto la parrocchia che ha permesso di portare a termine i lavori e di poter restaurare numerose statue e tele gravemente compromesse. Tra i sammauresi che hanno contribuito ai lavori, un ringraziamento va a Santino, che ha ridipinto tutte le pareti con meticolosità e precisione certosina.

Un grazie, anche, ai tanti restauratori, soprattutto a coloro che hanno fatto dono alla parrocchia di opere personali di grande valore artistico, come il piano di noce intarsiato per l’altare mobile della chiesa. E un grazie speciale ai ragazzi della comunità terapeutica ‘’S. Francesco’’ di Gemini che hanno dato il loro contributo volontario nell’accellerare i lavori giunti quasi a conclusione, permettendo così di rispettare i tempi previsti per l’apertura della chiesa.

Se il ringraziamento alle persone coinvolte nei lavori è d’obbligo, quello invece da rivolgere al Signore viene spontaneo: a Lui il grazie più caloroso di tutti i sammauresi per il dono della bellezza che ha voluto mettere nelle nostre mani e il dono della fede che in tanti modi, anche attraverso lavori simili, cerca di suscitare, infondere e sostenere nel suo popolo.

E il popolo non può non fare festa quando si rinsalda l’alleanza con il suo Dio!

UN RACCONTO PER L'ESTATE
RACCONTI DI UN PELLEGRINO RUSSO
(pag. 25)
TERZO RACCONTO


Prima di partire da Irkutsk, tornai dal padre spirituale con il quale avevo avuto qualche colloquio e gli dissi: – Sono in partenza per Gerusalemme; perciò sono venuto a dirvi addio e a ringraziarvi per la vostra cristiana carità verso di me, misero pellegrino.Egli mi disse: – Che Dio benedica la tua via. Ma non mi hai raccontato nulla di te, che sei e da dove vieni. Ho sentito molte cose sui tuoi viaggi; mi piacerebbe sapere la tua origine e la vita che hai fatto fino al momento in cui hai cominciato la tua vita errante. – Ve la racconterò volentieri – gli dissi –. Non è una storia molto lunga.   La vita del pellegrino  Sono nato in un villaggio della provincia di Orel. Dopo la morte dei nostri genitori, rimanemmo al mondo mio fratello, che era maggiore di me, ed io. Egli aveva dieci anni. Io tre. Il nonno ci prese a casa sua per farci crescere; era un vecchio stimato e benestante, che aveva una locanda sulla via maestra e, dal momento che era un galantuomo, molti viaggiatori si fermavano da lui. Andammo così a vivere con lui; mio fratello era molto vivace, scorazzava tutto il giorno per il villaggio, mentre io preferivo rimanere piuttosto con il nonno. Nei giorni di festa egli ci portava in chiesa, e a casa leggeva spesso la Bibbia, ecco, proprio questa qui che porto sempre con me. Mio fratello divenne grande e cominciò a bere. Avevo sette anni; un giorno, ero con lui coricato sulla stufa, quando egli mi diede uno spintone e mi fece cadere. Mi ferii il braccio sinistro e da quella volta non posso più servirmene. È tutto ustionato. Il nonno, visto che non avrei potuto dedicarmi ai lavori dei campi, decise di farmi imparare a leggere; non aveva un sillabario, così si serviva della Bibbia in questo modo: mi mostrava le lettere e mi obbligava a compitare le parole e poi a distinguere le lettere. Così, non so troppo bene nemmeno io come abbia fatto, a forza di ripetere con lui, finii per saper leggere. Più tardi, quando no riusciva più a vederci chiaramente, mi faceva leggere la Bibbia ad alta voce e mi correggeva. Il cancelliere veniva speso da noi. Egli aveva un scrittura chiara e a me piaceva molto vederlo scrivere. Da solo cominciai dunque a formare le parole, seguendo il suo esempio. Egli allora mi insegnò come fare, mi diede un foglio, l’inchiostro e mi affilò una penna. Così ho imparato a scrivere. Il nonno era contentissimo e mi diceva: – Così Dio ti ha dato di saper leggere e scrivere; tu sarai un uomo. Ringrazia il Signore e pregalo più spesso. Andavamo in Chiesa per tutte le funzioni, e anche a casa pregavamo spesso. Mi facevano recitare: Signore, abbi pietà di me, e il nonno e la nonna facevano genuflessioni e inchini fino a terra, oppure restavano in ginocchio. Quando compii i diciassette anni, morì la nonna. Il nonno mi disse: – Eccoci qui in casa senza una donna, e come possiamo fare noi, uomini soli? Tuo fratello è un buono a nulla. Voglio trovarti una moglie. Io cercai di spiegargli che con la mia infermità non mi sentivo portato verso quella via, ma il nonno insistette e mi diede in moglie una brava ragazza. Aveva vent’anni. Passò un anno e il nonno si ammalò seriamente. Mi chiamò, mi disse le sue ultime parole di saluto e aggiunse: – Ti lascio la casa e tutto quello che ho; vivi facendo il tuo dovere, non ingannare mai alcuno, e prega Dio più di tutto; è da lui che ci viene ogni cosa. Non riporre la tua speranza che in lui, va’ in chiesa, leggi la Bibbia e ricordati di noi nelle tue preghiere. Tieni mille rubli d’argento, serbali, non spenderli per sciocchezze, ma non essere varo, sii largo con i poveri e con le chiese di Dio.Morì e lo sotterrai. Mio fratello era geloso della mia eredità, perché, ora la locanda era mia; cercò di molestarmi in tutti i modi e il diavolo lo spinse fino al punto da decidere di farmi fuori. Una notte, infatti, mentre dormivamo e non c’erano viaggiatori di passaggio, egli entrò nella dispensa e vi appiccò il fuoco, dopo aver preso tutto il denaro che era conservato in cassapanca. Ci svegliammo quando ormai la casa era in fiamme e avemmo appena il tempo di saltare dalla finestra così come stavamo. Tenevamo la Bibbia sotto il guanciale e la portammo con noi. Guardavamo la nostra casa bruciare e si dicevamo: – Sia ringraziato Dio! Abbiamo salvato la Bibbia, potremo almeno consolarci nella sventura. Così tutto il nostro patrimonio fu bruciato e mio fratello sparì dal paese. 

sabato 6 settembre 2014



MARIA REGINA DELLA PACE

MEDJUGORJE

Messaggio a Mirjana del 2 Settembre 2014  


"Cari figli, io, vostra Madre, vengo nuovamente in mezzo a voi per un amore che non ha fine, dall’amore infinito dell’infinito Padre Celeste. E, mentre guardo nei vostri cuori, vedo che molti di voi mi accolgono come Madre e, con cuore sincero e puro, desiderano essere miei apostoli. Ma io sono Madre anche di voi che non mi accogliete e, nella durezza del vostro cuore, non volete conoscere l’amore di mio Figlio. Non sapete quanto il mio Cuore soffre e quanto prego mio Figlio per voi. Lo prego di guarire le vostre anime, perché Egli può farlo. Lo prego di illuminarvi con un prodigio dello Spirito Santo, affinché smettiate di tradirlo, bestemmiarlo e ferirlo sempre di nuovo. Prego con tutto il Cuore affinché comprendiate che solo mio Figlio è la salvezza e la luce del mondo. E voi, figli miei, apostoli miei cari, portate sempre mio Figlio nel cuore e nei pensieri. Così voi portate l’amore. Tutti coloro che non conoscono Lui lo riconosceranno nel vostro amore. Io sono sempre accanto a voi. Sono in modo particolare accanto ai vostri pastori, perché mio Figlio li ha chiamati a guidarvi sulla via verso l’eternità. Vi ringrazio, apostoli miei, per il sacrificio e l’amore!".

La Madonna ha benedetto tutti i presenti e tutti gli oggetti di devozione portati per la benedizione. Mirjana ha detto che la Madonna era addolorata, ma anche piena d’amore.

CANTO A TE, SIGNORE!


Dammi coraggio  
Ti prego:
non togliermi i pericoli,
ma aiutami ad affrontarli.

Non calmar le mie pene,
ma aiutami a superarle.

Non darmi alleati nella lotta della vita,
eccetto la forza che mi proviene da te.

Non donarmi salvezza nella paura,
ma pazienza per conquistare la mia libertà.

Concedimi di non essere un vigliacco
usurpando la tua grazia nel successo;
ma non mi manchi la stretta della tua mano
nel mio fallimento.

Quando mi fermo stanco sulla lunga strada
e la sete mi opprime sotto il solleone;
quando mi punge la nostalgia di sera
e lo spettro della notte copre la mia vita,
bramo la tua voce, o Dio,
sospiro la tua mano sulle spalle.

Fatico a camminare per il peso del cuore
carico dei doni che non ti ho donati.

Mi rassicuri la tua mano nella notte,
la voglio riempire di carezze, tenerla stretta:
i palpiti del tuo cuore

segnino i ritmi del mio pellegrinaggio.

(Rabindranath Tagore)


LE LACRIME DELLA MADONNA
IL FATTO

Il 29-30-31 agosto e il 1° Settembre del 1953, un quadretto di gesso, raffigurante il cuore immacolato di Maria, posto come capezzale di un letto matrimoniale, nella casa di una giovane coppia di sposi, Angelo Iannuso e Antonina Giusto, in via degli Orti di S. Giorgio, n. 11, ha versato lacrime umane.
Il fenomeno si verificò, ad intervalli più o meno lunghi, sia all’interno che all’esterno della casa.
Molte furono le persone che videro con i propri occhi, toccarono con le proprie mani, raccolsero e assaggiarono la salsedine di quelle lacrime.
Il 2° giorno della lacrimazione, un cineamatore di Siracusa riprese uno dei momenti della Lacrimazione.
Quello di Siracusa è uno dei pochissimi eventi così documentati.
Il 1° Settembre una Commissione di medici e di analisti, per incarico della Curia Arcivescovile di Siracusa, dopo aver prelevato il liquido che sgorgava dagli occhi del quadretto, lo sottopose ad analisi microscopica.
Il responso della scienza fu: “lacrime umane”.
Terminata l’indagine scientifica il quadretto smise di piangere. Era il quarto giorno.

GUARIGIONI E CONVERSIONI
Le guarigioni fisiche ritenute straordinarie dalla Commissione medica, appositamente istituita, furono circa 300 (fino a metà novembre del 1953). In particolare le guarigioni di Anna Vassallo (tumore), di Enza Moncada (paralisi), di Giovanni Tarascio (paralisi).
Numerose sono state anche le guarigioni spirituali, ovvero le conversioni.
Fra le più eclatanti quella di uno dei medici responsabili della Commissione che analizzò le lacrime, il dott. Michele Cassola.
Dichiaratamente ateo, ma uomo retto ed onesto dal punto di vista professionale, non negò mai l’evidenza della lacrimazione. Venti anni dopo, durante l’ultima settimana della sua vita, alla presenza del Reliquiario in cui erano sigillate quelle lacrime che egli stesso aveva controllato con la sua scienza, si aprì alla fede e ricevette l’Eucarestia

PRONUNCIAMENTO dei VESCOVI
L’episcopato della Sicilia, con la presidenza del Card. Ernesto Ruffini, emise rapidamente il suo giudizio (13.12.1953) dichiarando autentica la Lacrimazione di Maria a Siracusa:

«I Vescovi di Sicilia, riuniti per la consueta Conferenza in Bagheria (Palermo), dopo aver ascoltato l’ampia relazione dell’Ecc.mo  Mons. Ettore Baranzini, Arcivescovo di Siracusa, circa la “Lacrimazione” della Immagine del Cuore Immacolato di Maria, avvenuta ripetutamente nei giorni 29-30-31 agosto e 1 settembre di quest’anno, a Siracusa (via degli Orti n. 11), vagliate attentamente le relative testimonianze dei documenti originali, hanno concluso unanimemente che non si può mettere in dubbio la realtà della Lacrimazione.
LE PAROLE di GIOVANNI PAOLO II
Il 6 Novembre 1994, Giovanni Paolo II, in visita pastorale alla città di Siracusa, durante l’omelia per la dedicazione del Santuario alla Madonna delle Lacrime, ha così detto:
«Le lacrime di Maria appartengono all’ordine dei segni: esse testimoniano la presenza della Madre nella Chiesa e nel mondo. Piange una madre quando vede i suoi figli minacciati da qualche male, spirituale o fisico.
Santuario della Madonna delle Lacrime, tu sei sorto per ricordare alla Chiesa il pianto della Madre. Qui, tra queste mura accoglienti, vengano quanti sono oppressi dalla consapevolezza del peccato e qui sperimentino la ricchezza della misericordia di Dio e del suo perdono! Qui li guidino le lacrime della Madre.
Sono lacrime di dolore per quanti rifiutano l'amore di Dio, per le famiglie disgregate o in difficoltà, per la gioventù insidiata dalla civiltà dei consumi e spesso disorientata, per la violenza che tanto sangue ancora fa scorrere, per le incomprensioni e gli odi che scavano fossati profondi tra gli uomini e i popoli.
Sono lacrime di preghiera: preghiera della Madre che dà forza ad ogni altra preghiera, e si leva supplice anche per quanti non pregano perché distratti da mille altri interessi, o perché ostinatamente chiusi al richiamo di Dio.
Sono lacrime di speranza, che sciolgono la durezza dei cuori e li aprono all'incontro con Cristo Redentore, sorgente di luce e di pace per i singoli, le famiglie, l'intera società».

IL MESSAGGIO
«Comprenderanno gli uomini l’arcano linguaggio di queste lacrime?», si chiedeva Papa Pio XII, nel Radiomessaggio del 1954.

Maria a Siracusa non ha parlato come a Caterina Labouré a Parigi (1830), come a Massimino e Melania a La Salette (1846), come a Bernadette a Lourdes (1858), come a Francesco, Giacinta e Lucia a Fatima (1917), come a Mariette a Banneux (1933).
Le lacrime sono l’ultima parola, quando non ci sono più parole.
Le lacrime di Maria sono il segno dell’amore materno e della partecipazione della Madre alle vicende dei figli. Chi ama condivide.
Le lacrime sono espressione dei sentimenti di Dio verso di noi: un messaggio di Dio all’umanità.
L’invito pressante alla conversione del cuore e alla preghiera, rivoltoci da Maria nelle sue apparizioni, ci viene ancora una volta ribadito attraverso il linguaggio silenzioso ma eloquente delle lacrime versate a Siracusa.
Maria ha pianto da un umile quadretto di gesso; nel cuore della città di Siracusa; in una casa vicina ad una chiesa cristiana evangelica; in una abitazione molto modesta abitata da una giovane famiglia; su una mamma in attesa del suo primo bambino ammalata di tossicosi gravidica. Per noi, oggi, tutto ciò non può essere senza significato…
Dalle scelte fatte da Maria per manifestarci le sue lacrime è evidente il tenero messaggio di sostegno e di incoraggiamento della Madre: Ella soffre e lotta insieme a coloro che soffrono e lottano per difendere il valore della famiglia, l’inviolabilità della vita, la cultura dell’essenzialità, il senso del Trascendente di fronte all’imperante materialismo, il valore dell’unità. Maria con le sue lacrime ci ammonisce, ci guida, ci incoraggia, ci consola. 
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Ed oggi, che il mondo tutto piange per le guerre che non si riescono a fermare, per i figli che continuano a morire per difendere ciò che non sempre è giusto, non sempre è buono; per questa violenza che ha inondato questo mondo ed insanguinato le nostre terre, le nostre mani, i nostri cuori; per questo odio che sembra aver preso il comando del mondo; per questa inimicizia fra i popoli e per tutte quelle difficoltà che impediscono ai popoli di agire, di intervenire in difesa della pace, della giustizia, della legalità… oggi più che mai le lacrime di tante mamme si uniscono a quelle di Maria nell’implorare la PACE, nell’implorare perdono, nell’implorare la misericordia divina su un mondo che ha smarrito la sua dritta vita e prosegue, cavalcando cavalli di battaglia, verso la via della perdizione e dell’autodistruzione.

A Maria ci affidiamo, in Lei confidiamo, in Lei riponiamo la nostra fiducia che ci ascolterà ed intercederà presso Suo Figlio per la salvezza di questo mondo.
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Supplica alla Madonna delle Lacrime

Madonna delle lacrime,
abbiamo bisogno di Te:
della luce che si irradia dai Tuoi occhi,
del conforto che emana dal Tuo cuore,
della Pace di cui sei Regina.
Fiduciosi ti affidiamo le nostre necessità:
i nostri dolori perchè Tu li lenisca,
i nostri corpi perchè Tu li guarisca,
i nostri cuori perchè Tu li converta,
le nostre anime perchè Tu le guidi a salvezza.
Degnati, o Madre buona,
di unire le Tue lacrime alle nostre
affinché il Tuo divin Figlio
ci conceda la grazia…(esprimere)
che con tanto ardore noi Ti chiediamo.
O Madre d’Amore,
di Dolore e di Misericordia,
abbia pietà di noi.
(+ Ettore Baranzini - Arcivescovo)


Preghiera alla Madonna delle Lacrime

O Madonna delle Lacrime
guarda con materna bontà
al dolore del mondo!
Asciuga le lacrime dei sofferenti,
dei dimenticati, dei disperati,
delle vittime di ogni violenza.
Ottieni a tutti lacrime di pentimento
e di vita nuova,
che aprano i cuori
al dono rigenerante
dell'amore di Dio.
Ottieni a tutti lacrime di gioia
dopo aver visto
la profonda tenerezza del tuo cuore.
Amen
(Giovanni Paolo II)

venerdì 5 settembre 2014

CANTO A TE, SIGNORE!

Se il mese di maggio è considerato il ''mese mariano'' per eccellenza, anche il mese di settembre è fortemente legato alla santità di Maria: l'8 settembre si festeggia la Natività della Beata Vergine, il 12 il '' SS. Nome di Maria'' e il 15 la B.V. Addolorata, mentre all'orizzonte  si intravede già la festività della Madonna del Rosario, nel mese successivo . 
A Lei, Madre del Nostro Signore Gesù Cristo e Madre nostra, vogliamo innalzare i nostri cuori e lodarla per quell'amore materno che nutre per noi, nonostante le nostre infedeltà, le nostre ingratitudini e, purtroppo, anche le nostre bestemmie.
Le chiediamo di perdonarci e di volerci accompagnare ancora e sempre in questo quanto mai faticoso percorso di vita e di proteggere, sotto il Suo Manto, tutti i nostri cari, vivi e defunti, e tutti quei cristiani perseguitati a causa della loro fede 
in Cristo Gesù.
A Lei, che è la Regina della Pace, delle famiglie, della Chiesa, dei martiri, dei sacerdoti, degli afflitti, di tutti gli uomini, cristiani e non... a Lei vogliamo affidare questi nostri tempi segnati dalla guerra, dalla violenza, dal terrorismo, dagli abusi, dal disorientamento generazionale, dalla crisi morale, spirituale, economica e politica, dalla difficoltà nel dialogo, dalla mancanza di condivisione dei valori non negoziabili, dalla cultura della morte, dai conflitti di ogni genere, da quelli interpersonali a quelli intercontinentali, dalle persecuzioni, dalle  stragi e dai genocidi, dalle calamità naturali , dalla superficialità della fede, dall'assenza di Dio nella vita di tanti... a LEI, Aiuto dei cristiani e Stella del Mattino, Madre Immacolata ed Addolorata, a Lei la nostra richiesta di intercessione presso il Suo Santo Figlio, che apra i fiumi della Sua Divina Misericordia ed abbi di noi pietà!


Alla Vergine Maria

Vergine Santissima
prendi il sì della mia risposta alla chiamata
del Signore e custodiscilo dentro il tuo sì,
meravigliosamente fedele.
Donami la gioia e la speranza
che trasmettesti ad Elisabetta
entrando nella sua povera casa.
 Fa che la passione di salvare
mi renda missionario infaticabile,
povero di mezzi e di cose
ricco solo di Te,
puro e trasparente nei sentimenti,
totalmente libero per donarmi veramente agli altri.
Rendimi umile e obbediente fino alla Croce
per essere una cosa sola con Gesù,
Dio disceso dal cielo per salvarmi.
O Maria, affido a te tutte le persone che ho incontrato
e che incontrerò nel viaggio della fede:
illuminaci il cammino,
riscaldaci il cuore,
portaci alla casa e alla festa dell’Amore
che non avrà mai fine
(Mons. Angelo Comastri)

giovedì 4 settembre 2014


UN RACCONTO PER L'ESTATE
RACCONTI DI UN PELLEGRINO RUSSO
(pag. 24)


Un giorno mi trattennero a pranzo. La moglie del castaldo, una simpatica vecchia signora, stava con noi e, mentre mangiava del pesce ai ferri, inghiottì una lisca. Malgrado tutti i nostri sforzi, non riuscimmo a liberarla; ed essa accusava un forte male alla gola e dopo un paio d’ore dovette mettersi a letto. Si mandò a cercare un medico a trenta verste da lì, e io tornai nella mia stanza piuttosto rattristato. Durante la notte io, che avevo il sonno molto leggero, sentii la voce del mio starets, ma non vidi alcuno. La voce mi diceva: – Il tuo padrone ti ha guarito e tu non puoi far nulla per il castaldo? Dio ci ha ordinato di andare incontro al nostro prossimo che soffre. – Lo aiuterei più che volentieri, ma in che modo? Non so proprio alcun rimedio. – Ecco che cosa bisogna fare: essa ha sempre avuto una ripugnanza fortissima per l’olio di ricino; basta l’odore per provocarle la nausea; se tu le dai un cucchiaio di olio di ricino, lei vomiterà, uscirà la lisca e l’olio lenirà la ferità della gola; così quella povera signora guarirà. – E come potrò farglielo bere, se lei ha una ripugnanza così forte? – Prega il castaldo di tenerle ferma la testa e versale il liquido in bocca con mano ferma. – Mi scossi dal sonno e corsi dal castaldo, al quale narrai ogni cosa nei più minimi particolari. Egli mi disse: – Che vuoi che possa fare il tuo olio? Mia moglie ha già la febbre e sta delirando, il suo collo è tutto gonfio. In ogni modo si può tentare; se l’olio non le farà bene, non le potrà fare nemmeno male. Versò l’olio di ricino in un bicchierino e riuscimmo a farglielo ingoiare. Ella ebbe subito un conato di vomito e sputò la lisca con un po’ di sangue. Si sentì meglio e si addormentò profondamente. Il giorno dopo andai per sentire sue notizie e la trovai mentre col marito stava sorbendo il suo tè. Erano molto stupiti della sua guarigione, e soprattutto di quello che mi era stato detto in sogno sulla sua ripugnanza invincibile per l’olio di ricino, perché non ne avevano mai parlato con nessuno. In quel momento arrivò il medico: la signora gli raccontò come era stata guarita e io come il contadino mi aveva curato le gambe. Il medico dichiarò: – Non sono due casi straordinari. È una forza di natura che ha agito tutte e due le volte, ma me lo voglio segnare per ricordarmelo. Trasse una matita dalla tasca e scrisse alcuni appunti su un suo notes. Si diffuse rapidamente la voce che io ero un indovino, un guaritore e un mago; venivano a vedermi da ogni paese, per chiedermi consigli, per portarmi dei regali, e cominciavano a venerarmi come un santo. Allora, dopo una settimana di queste cose, io riflettei ben bene ed ebbi timore di cadere nella vanità e nella dissipazione. La notte dopo lasciai di nascosto io villaggio. Così ripresi ancora una volta la mia via solitaria, leggero come se una montagna mi fosse caduta dalle spalle. La preghiera mi consolava sempre di più; a volte il mio cuore traboccava di un amore infinito per Gesù Cristo, e da quella meravigliosa pienezza si spandevano in tutto il mio essere onde benefiche. L’immagine di Gesù Cristo era così impressa nella mia anima che, pensando agli avvenimenti del Vangelo, potevo dire di vederli proprio davanti ai miei occhi. Ero commosso e piangevo di gioia, e talvolta sentivo nel mio cuore una tale felicità che non la saprei descrivere. A volte restavo ben tre giorni lontano da ogni abitato umano e con estasi mi sentivo sulla terra solo, miserabile peccatore davanti a Dio misericordioso e amico degli uomini. Questa solitudine faceva la mia felicità e la dolcezza della preghiera era molto più sensibile che non il contatto con gli uomini. Infine arrivai ad Irkutsk. Dopo essermi inginocchiato davanti alle reliquie di sant’Innocente, mi chiesi dove potevo ormai andare. Non avevo voglia di rimanere a lungo nella città, perché era molto popolata. Camminavo per le vie e riflettevo tra me. A un tratto incontrai un mercante del paese che mi fermò e disse: – Sei un pellegrino? Perché non vieni a casa mia? Arrivammo nella sua magnifica casa. Mi domandò chi ero e gli raccontai del mio viaggio. A queste parole mi disse: – Dovresti andare fino all’antica Gerusalemme. Laggiù c’è una santità che non è pari a nessun’altra! – Vi andrei volentieri – gli risposi – ma non ho di che pagare la traversata, perché il denaro che ci vuole è molto. – Se vuoi, ti posso indicare un mezzo – disse il mercante –. L’anno scorso ho mandato laggiù un vecchio che era nostro amico. Caddi ai suoi piedi, ed egli soggiunse: – Stammi a sentire. Io ti darò una lettera per mio figlio che sta a Odessa e commercia con Costantinopoli; egli ha delle navi, ti farà imbarcare fino a Costantinopoli e di là le sue agenzie ti pagheranno il viaggio fino a Gerusalemme. Non è poi tanto caro. Ringraziai calorosamente, colmo di gioia, il benefattore e tanto più ringraziai Dio che manifestava il suo amore paterno per me, peccatore indurito, che non faceva alcun bene né a sé né agli altri e che mangiava inutilmente il pane altrui. Sono rimasto tre giorni con quel generoso mercante. Egli mi ha dato una lettera per suo figlio e ora sto andando a Odessa nella speranza di raggiungere la città santa di Gerusalemme. Ma non so se il Signore mi concederà di inginocchiarmi davanti al suo sepolcro di vita.


mercoledì 3 settembre 2014



LA LEZIONE DELLA FARFALLA


SIAMO TUTTI ''FARFALLE'':
NON FATEVI TARPARE LE ALI... 
ABBIATE IL CORAGGIO DI OSARE VOLARE!




UN RACCONTO PER L'ESTATE
RACCONTI DI UN PELLEGRINO RUSSO
(pag. 23)


Così guarito, cominciai a occuparmi del ragazzo. Scrissi come modello la preghiera di Gesù e gliela feci ricopiare, mostrandogli come vergare le lettere in modo ordinato. Era molto riposante per me, perché il ragazzo prestava servizio tutta la giornata presso il castaldo e veniva da me solo quando il castaldo dormiva, ossia il mattino per tempo. Il fanciullo era sveglio e in poco tempo imparò a scrivere quasi correttamente. Il castaldo, che lo vide scrivere, gli chiese: – Chi ti istruisce? – Il ragazzo rispose che era il pellegrino monco, che viveva da loro nel vecchio bagno. Il castaldo curioso, era un polacco, venne a trovarmi e mi trovò intento a leggere la Filocalia. Parlò un poco con me e mi chiese: – Cosa leggi di bello? Gli mostrai il libro. – Ah, è la Filocalia – disse. Ho veduto questo libro dal curato, quando abitavo a Vilna. Ma ho sentito dire che contiene strane formule e modi per pregare, inventati da certi monaci greci sullo stampo dei santoni indiani e di Buchara, che gonfiano i loro polmoni e credono ciecamente, quando riescono a sentire un pizzicorino nel cuore, che questa sensazione naturale sia una preghiera data da Dio. Bisogna pregare semplicemente, per compiere il nostro dovere verso Dio; quando ci si alza il mattino, si recita il Pater come ha insegnato Gesù Cristo; e questo basta per tutta la giornata. Ma a forza di ripetere sempre la stessa preghiera, si corre il rischio di diventare matti e di guastarsi il cuore. – Non parlate in tal modo di questo santo libro, piccolo padre. Non sono dei semplici monaci che l’hanno scritto, ma antichi e santi personaggi che la vostra Chiesa venera, come Antonio il Grande, Macario il Grande, Marco l’Asceta, Giovanni Crisostomo e altri. I monaci dell’India e di Buchara hanno preso la loro tecnica dalla preghiera del cuore, ma l’hanno deformata e guastata, come mi ha spiegato il mio starets. Nella Filocalia tutti gli insegnamenti sulla preghiera interiore sono tratti dalla Parola divina, dalla santa Bibbia, nella quale Gesù Cristo, pur dicendo di dire il Padrenostro, ha affermato anche che bisognava pregare senza posa, dicendo: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima (Mt 22,37); osservate, vegliate e pregate (Mc 13,33); voi sarete in me e io in voi (Gv 15,4). E i santi Padri, citando la testimonianza di Davide nei salmi: Gustate e vedete quanto è buono il Signore (Sal 34,9), lo interpretano dicendo che il cristiano deve fare di tutto per conoscere la dolcezza della preghiera, deve senza tregua cercarvi consolazione e non accontentarsi di recitare una volta il Padrenostro. Sentite. Vi leggo quello che i Padri dicono di coloro che non cercano di studiare la benefica preghiera del cuore. Dichiarano che essi commettono un triplice peccato perché, per prima cosa, si mettono in contraddizione con la santa Scrittura; in secondo luogo, non ammettono che vi sia per l’anima uno stato superiore e perfetto: accontentandosi delle virtù esteriori, ignorano la fame e la sete della giustizia e si privano della beatitudine in Dio; in terzo luogo poi, considerando le loro virtù esteriori, cadono spesso nella soddisfazione di sé e nella vanità. – Tu leggi certo cose molto elevate – disse il castaldo – ma come possiamo, noi laici, seguire simile via? – Ecco, ora vi leggo come degli uomini dabbene hanno potuto, anche se laici, imparare la preghiera perpetua. Presi nella Filocalia il trattato di Simeone il Nuovo Teologo sul giovane Giorgio e mi misi a leggere. Il brano piacque al castaldo che mi disse: – Dammi quel libro e lo leggerò nei miei momenti liberi. – Se volete, ve lo posso lasciare per un giorno, ma non di più, perché io lo leggo di continuo e non posso farne a meno. – Ma tu potresti almeno copiarmi quel passo; ti darò del denaro. – Non ho bisogno di denaro, ma lo copierò volentieri, sperando che Dio vi dia l’ardore per la preghiera. Copiai immediatamente il passo che avevo letto. Egli lo lesse a sua moglie e tutti e due lo trovarono molto bello. Da quel giorno essi mi mandarono ogni tanto a chiamare. Io leggevo ed essi stavano a sentire, mentre bevevano il tè.